lunedì 12 ottobre 2009

L'etica dell'essere

SEVILLA - REAL MAESTRANZA


Dopo una grande faena o al termine di un pomeriggio trionfale, il torero è acclamato, riceve i trofei, il pubblico si alza per applaudire il suo giro d'onore e gli getta fiori, regali o scialli.
Capita che sia portato in trionfo ed esca così per il portone dell'arena, onore raro.
Ma al di sopra di tutte queste manifestazioni di gioia, di queste acclamazioni e ricompense, c'è un grido, uno solo, il più alto nella gerarchia dei trionfi, come un clamore scandito dalla folla nelle sere più grandi.
Questo grido è semplicemente torero! torero!
La più grande gloria per un torero, cioè per qualcuno che torea tori, è di essere chiamato torero.
Il meglio che possa fare un torero, è semplicemente di essere torero.

Torero! Torero!
Il nome comune di tutti quelli che toreano i tori, bene o male, è allo stesso tempo l'aggettivo che qualifica l'eccellenza suprema nel ben compiere la funzione: essere torero.
Questo fatto contiene tre determinazioni essenziali, significative dell'etica torera.
Torero! Torero! implica che l'eccellenza consista non tanto nel fare o nell'aver fatto qualcosa, ma nell'essere qualcuno: l'etica torera è un'etica dell'essere, quando invece la morale universalista è un'etica del fare.
Torero! Torero! significa che, tra tutti quelli che sono toreri, cioè che toreano i tori, solo qualcuno, assai raramente, riesce eccezionalmente a essere, a essere veramente, a essere del tutto...torero.
E' per questo che essere un torero è comune, essere torero rarissimo: l'etica torera è una morale di un individuo eccezionale e non una morale universale.
Ma il fatto che questo ideale di torero porti il nome stesso della professione di torero è significativo di un terzo aspetto dell'etica torera: l'eccellenza suprema per un torero consiste in nient'altro che ciò che egil ha come obiettivo da perseguire, essere torero, qualsiasi cosa succeda.
E questo ancora si oppone alla morale universale, che non fa differenza tra gli uomini secondo le loro funzioni e che subordina il compimento delle funzioni a dei doveri universali.

Perché l'etica torera è indubbiamente un'etica dell'essere.
In effetti, per aver diritto al torero! torero!, più che far bene bisogna essere bene.
Certo, per essere un buon torero bisogna toreare il meglio possibile, in conformità ai canoni.
Ma essere un buon torero è una cosa, essere torero è un'altra.
L'una è un mestiere, l'altra un valore.
L'una attiene alla tecnica; l'altra, all'etica.
Essere un buon torero è dunque condizione utile ma per niente necessaria e assolutamente insufficiente per essere torero.

Essere torero, è questo: essere distaccato.
E' volersi tanto più distanti da quello che capita, per mettersi più alla portata delle corna che arivano.
Per questo c'è una parola: tenere, aguantar in spagnolo.
Tenere, qualsiasi cosa capiti, costi quel che costi.
Il torero si trattiene perché deve tenere.
Non scomporsi, non cedere terreno all'avversario, di fronte alla paura, di fronte alla morte.
Ma soprattutto farlo con distacco, il più vicino al toro, il più lontano da sé.

- liberamente tradotto da Philosophie de la corrida, Francis Wolff, ed. Fayard, 2007 -



(foto Ronda - Morante a Siviglia, San Miguel 2009; fotografia che fa di questo articolo un ossimoro)

venerdì 9 ottobre 2009

Visita alla ganaderia di Sanchez Arjona (2)

(Continua e si conclude il racconto di Marco sulla sua visita alla ganaderia)

Proseguiamo nella visita e vediamo le vacche con i vitellini appena nati, poi gli erales (torelli di due anni) che ci corrono incontro festosi, in quanto associano il rumore del fuoristrada con un arrivo fuori orario di cibo (ma ne saranno delusi) quindi passiamo agli utreros (di tre anni), alcuni già pronti per essere toreati in una plaza e quindi più corpulenti, perché hanno goduto di un vitto speciale, mentre i loro coetanei che diverranno tori di quattro anni lo riceveranno solo la prossima stagione.
Don Javier ci mostra un lotto destinato a una corrida a cavallo (rejoneo) in cui spicca un novillo con le corna molto aperte (playero), di quelle che non piacciono ai toreri “perché non entrano nella muleta”, e quindi finirà in questo modo, perché nel rejoneo si può per regolamento tagliare le punte delle corna (e per questo non ci piace).

Vediamo infine i tori adulti, tra cui un gruppo già separato che è sul punto di essere imbarcato per un paese della provincia di Segovia, Cantalejo, dove il prossimo 18 agosto sarà affrontato nientepopodimeno che da El Fandi, Manzanares e Cayetano, i quali taglieranno tre orecchie cada uno.
Indubbiamente i tori, per una piazza di quella categoria, sono ben presentati, hanno trapìo e sono ben armati, ma non posso fare a meno di osservare che sovente dal campo alla plaza questo tipo di tori, per questo tipo di corride, soffrono a volte delle strane perdite di materiale osseo nelle corna sulle cui cause è meglio non approfondire.
Non c’è dubbio che dall’allevamento escono integri, ma il tragitto fino alla plaza è lungo…

Visto il risultato in termini di trofei, è evidente che i tori destinati a Cantalejo, con il loro comportamento hanno propiziato il trionfo, come è loro richiesto in questo genere di spettacoli.
Nella tenuta pascola un semental (riproduttore) che è stato indultato dal Juli: il ganadero mi assicura che funziona bene, e se lo dice lui sarà così, d’altra parte per il tipo di mercato che hanno questi domecq, la selezione più che al cavallo si fa con la muleta. Ad una mia precisa domanda, il ganadero mi ha confermato che le vacche le prova quando hanno due anni, so che gli allevatori che vogliono vedere la casta nel primo tercio le provano quando di anni ne hanno tre.
Non abbiamo la ventura di incrociare nel nostro tragitto l’indultato, ma Don Javier ci tiene a farci vedere un altro semental per raccontarci la sua curiosa storia. Era un toro destinato ad una corrida a Dax, in Francia, ma nei corrales della plaza, lui ed i suoi compagni si sono prodotti in una spettacolare e furibonda rissa, di cui esiste anche una famosa foto di Phlippe Salvat, « Bagarre générale au débarquement des toros de Sanchez Arjona » (pluripremiata e vincitrice di un concorso di fotografia anche in Giappone) che il ganadero ci mostrerà, e che effettivamente riproduce una scena dantesca.
Il toro ne esce piuttosto malconcio, e viene rimandato indietro approfittando di un trasporto di ritorno, perché se deve morire lo faccia dove è nato, e non dia problemi nei recinti di Dax. Ma soprendentemente il toro non muore, e si rimette in salute. A questo punto la Commissione Taurina di Dax, che comunque il toro lo aveva comprato, decide di regalarlo a un giovane torero francese, El Santo, per un allenamento a porte chiuse in vista della sua alternativa.
Ma il toro, che evidentemente aveva capito l’importanza di “
marcare visita, risulta affetto da una nube in un occhio che lo rende complicato da toreare, e non certo idoneo da regalare ad un giovane torero.
Così la sfanga anche questa volta, ma il tempo passa, il toro compie sei anni, ed a questo punto non può più essere toreato. Il suo destino sembra essere il mattatoio, ma poiché è di bell’aspetto e di nobili natali, il ganadero fa un estremo tentativo e lo prova in una tienta de machos facendolo toreare, con le cautele del caso, da un esperto in tentaderos come Lopez Chavez.
Il toro passa l’esame e viene tenuto come riproduttore, si può dire che si è indultato da solo, forse con più merito di altri…

La visita nel campo è conclusa, ma prima di finire il giro ritorniamo a vedere come sta il toro curato. Lo troviamo dove lo abbiamo lasciato, dorme profondamente, ma è vivo, respira, muove le narici e le orecchie. Si sveglierà dolcemente quando l’anestetico avrà esaurito l’effetto. Se invece gli fosse stato iniettato l’antidoto, il risveglio sarebbe stato più rapido, ma più brusco. Il toro suo amico continua a vegliarlo da lontano.

Don Javier ci congeda, non senza averci fatto vedere la famosa foto della bagarre nei corrales di Dax, ed un cartel ingiallito di un festival in cui egli toreò da aficionado practico, con altri allora giovani ganaderos, e con l’indimenticabile critico taurino Alfonso Navalon (*), scomparso quattro anni fa, che ammiravo molto e che ebbi l'occasione di conoscere.
Il ganadero ama la canzone tradizionale spagnola, e ci promette che la prossima volta ci porterà a vedere i Coquilla, gli ultimi discendenti di quei tori con divisa verde y oro della ganaderia salmantina immortalata nella copla di Concha Piquer per il suo amore impossibile per un torero.

* galleria dei Coquilla su CyR
* galleria su una tienta da Sanchez Arjona su CyR


(testo e foto di Marco Coscia)

mercoledì 7 ottobre 2009

Visita alla ganaderia di Sanchez Arjona (1)

Abbiamo spedito il nostro inviato speciale Marco a farsi un giro nelle terre taurine, la scorsa estate: pian piano i suoi scritti ci relazioneranno sulla bontà del viaggio.
Ecco il primo, diviso in due puntate per ragioni di spazio.

Visita alla ganaderia di Sanchez Arjona


Mi rendo conto che la metà di agosto non è il momento migliore per visitare una ganaderia spagnola di tori da corrida.
Senza contare il caldo soffocante, è come piombare a casa di un vignaiolo nel bel mezzo della vendemmia. Infatti è il periodo di massima attività taurina, i tori devono essere consegnati alle arene, molti lo sono già stati, e quindi non sono più nel campo. Ma trovandomi per turismo dalle parti di Salamanca, non posso resistere alla tentazione di fare una puntatina nel Campo Charro, la zona ganadera per eccellenza della provincia.
Tramite un amico aficionado francese mi sono messo in contatto con un allevatore della zona che ha accettato di ricevermi per mostrarmi i suoi tori. Ed eccoci quindi nel caldo pomeriggio dell’11 agosto imboccare la superstrada che da Salamanca va a Ciudad Rodrigo per uscire a Martin de Yeltes e dirigerci alla tenuta Collado, di proprietà di Javier Sanchez Arjona.

Questi possiede due allevamenti di origine diversa, uno si chiama Coquilla de Sanchez Arjona e raggruppa un piccolo numero di esemplari di quello che resta dei mitici santacoloma di Salamanca creati da Paco Coquilla (l’altro residuo spezzone di questa gloriosa stirpe è dei cugini Sanchez Fabres).
Si tratta di un encaste molto interessante, ma poco gradito ai toreri d’oggi, che il ganadero ha mantenuto, ai minimi termini, praticamente solo per il mercato francese, che considera di veri intenditori.
Con un centinaio di vacche e due riproduttori, ne ritrae una novillada, e quando va bene due, all’anno. Per poter sostenere la redditività dell’allevamento, si è quindi orientato sull’encaste Domecq, che forma la base dell’altro ferro, quantitativamente più numeroso (oltre 500 capi, che danno circa 8 corride l’anno) denominato Sanchez Arjona.
In condizioni analoghe altri hanno preferito eliminare completamente i vecchi encastes di famiglia per far posto al mezzo-toro di moda, ma Don Javier ha conservato un angolo del suo cuore di aficionado per questi particolari santacoloma che la sua famiglia ha ormai da tre generazioni, e solo per questo merita la nostra ammirazione.
Allevare gli uni e gli altri costa la stessa fatica e richiede lo stesso impegno, è un peccato che la deriva che ha preso il toreo moderno obblighi a queste scelte.
Ovviamente la mia speranza è di poter vedere i Coquilla, ma per farlo avrei dovuto andare in Francia, a Collioure, dove il 16 agosto è prevista l’unica novillada dell’anno (secondo le cronache hanno dimostrato casta, ma non molta forza), oppure a Parentis, dove un esemplare si è dignitosamente comportato nella novillada-concorso del 9 agosto (*).
Insomma, nel campo per quest’anno non ce ne sono più, solo vacche, vitellini e riproduttori. E poi li tiene in un’altra finca, a mezz’ora di viaggio.
Quindi, niente Coquillas.

Al nostro arrivo al Collado ci accoglie il ganadero, e veniamo fatti accomodare nel salotto della casa, una sobria residenza signorile di campagna più simile a quella delle nostre parti che a un cortijo andaluso. Nell’aia prospiciente sonnecchia una tribù di variopinti graziosi gattini, che - maliziosamente - immagino gli siano stati più volte richiesti dai veedores (persone di fiducia di imprese e toreri che vanno a scegliere i tori per conto dei loro committenti), anche se devo riconoscere che finora non si ha notizia che siano mai stati venduti per spettacoli taurini.
Conosciamo anche uno dei figli del ganadero, un simpatico ragazzo intento in quel momento a cercare di ubicare gli esemplari in viaggio per Collioure collegandosi con il computer al GPS del camion, ma invano, data la precarietà della connessione.
Comunque, a parte la piccola delusione per non poter vedere i tori dell’encaste più raro, la visita all’allevamento si rivela ugualmente interessante. Don Javier ci ha gentilmente scarrozzati per due ore sul suo fuoristrada per tutta la sua vasta tenuta, mostrandoci l’allevamento in tutti i suoi dettagli, e prodigandosi in spiegazioni. Ho perso il conto di quanti cancelli ho dovuto aprire e richiudere, scendendo dalla vettura, per passare da un recinto all’altro, fra distese di pascoli ed encinas (le tipiche querce della prateria), ovviamente con gli animali a poche decine di metri che mi osservavano, fortunatamente tranquilli.

Nel primo recinto, quello dei vitelli di un anno, abbiamo una sorpresa: un toro di quattro anni deve essere curato da una ferita, e proprio sotto i nostri occhi cade addormentato da un dardo con l’anestetico sparatogli dai vaqueros con una carabina ad aria compressa.
Il toro è reduce da una trasferta a La Coruña, dove il 6 agosto era prevista una corrida del ganadero, ed è ritornato vivo in quanto era il sobrero (la riserva), ma una volta nel campo, i vaqueros nella loro quotidiana rivista degli animali hanno notato che aveva una brutta ferita da cornata “proprio lì…sulla punta”, ricevuta non si sa dove né quando.
Perciò l’hanno sospinto nel recinto dei più piccoli, perché un toro ferito è la vittima predestinata dei suoi coetanei (la legge del branco è molto dura) ed ora si accingono a curarlo.
Una volta assicuratici che la bestia è profondamente addormentata ci avviciniamo, e con il ganadero osserviamo l’intervento: oltre alla ferita “proprio lì”, molto brutta, se ne scopre un’altra, all’innesto della zampa anteriore sinistra. Si procede alla medicazione, disinfestazione generale, iniezione di antibiotici e/o vaccinazione con un siringone a pistola, ed approfittando dell’anestesia, alla ricollocazione delle fundas, le protezioni delle corna (in questo caso un cappuccio di metallo trattenuto da bende gessate) invenzione recente e non ben vista da tutti, che il ganadero sostiene di utilizzare non su tutti i tori ma solo su quelli di quattro anni che prendono il vizio di sfregare le corna nel terreno, e così se le rovinano.
Ci accompagnerà nel punto della ganaderia dove hanno sviluppato questa querencia ed in effetti vediamo ampie buche nel terreno sabbioso profonde anche mezzo metro, scavate dai tori con la testa e le corna. E ci fa notare come nei recinti dei quatreños ( i tori di quattro anni) non tutti gli animali hanno le fundas, ma solo quelli che ne hanno bisogno.
Insomma, ne fa un uso selettivo e non indiscriminato.

Lasciamo il toro curato ancora addormentato, e ci accingiamo a visitare gli altri recinti, ma in quello che stiamo per lasciare notiamo che da lontano un altro toro adulto "che non dovrebbe essere lì" ci osserva.
Si tratta di un amico del ferito, che non si sa come, è riuscito, saltando i muretti e le recinzioni, a seguirlo quando ha visto che veniva separato dal branco, ed ha vigilato a distanza per tutto il tempo sul suo compagno.

- continua -

(testo e foto di Marco Coscia)

* reportage sui Coquilla (pdf)
* scheda dei Sanchez Arjona su Terredetoros
* scheda dei Coquilla su Terresdetoros

lunedì 5 ottobre 2009

Genesi del Toro




Salutiamo con gioia e ammirazione l'esplosione di questo sito che si propone di diventare presto un autentico punto di riferimento per i tauronauti e che già ora costituisce una preziosa collezione di dati e notizie: Toro Genese.

L'idea è francamente ambiziosa, raccogliere in un sito ricerca e informazioni sulla genesi del toro da combattimento e sulla sua evoluzione fino ad oggi: le caste fondatrici, le linee di sangue e gli encastes che fissano gli snodi, i ferri, gli allevatori, e altro ancora.
Particolarmente gustosa la sezione sui manti dei tori, da vedere.

A metà tra la didattica e l'autismo (un lavoro così, del tutto volontario, è assolutamente mastodontico e folle), il sito ancorché ancora in lavorazione è già un prezioso tesoro che gli autori mettono a disposizione di tutti, e l'ideale complemento di quell'altro gioiello che è Terre de toros (*).

Da mettere nei preferiti, seguire con attenzione, sfogliare come un manuale ad ogni occasione che si presenti.

I nostri complimenti.

sabato 3 ottobre 2009

Riconciliazione

Capita di andare all'arena senza averlo previsto, e di farlo così, spontaneamente, sedotti dalla luce del cielo andaluso, dalla facciata elegante di quell'arena che vista dall'altra riva del Guadalquivir pare tanto distinta e tanto avvenente, dal richiamo eccitato dell'aficion che in ogni momento ti scuote, dalla storia di quelle terre che ad ogni passo incontri, per le vie e nelle taverne.
Capita di entrare in quell'arena senza illusioni, ed anzi ancora col sottile e fastidioso timore di avere appuntamento con altre due ore di vuoto amaro e marcio come quelle già vissute il pomeriggio precedente.

I venti minuti di Daniel Luque sono stati una riconciliazione, inaspettata e felice, il recupero di una fascinazione troppe volte negata, la pacificazione dei sentimenti.

Non c'è vita su Marte, ma forse c'è vita oltre Ceret.

Sette veroniche sette avanzando verso il centro e spingendo il toro in mezzo, la cappa gonfia e di comando, movimenti sicuri e precisi e il toro dentro, incapace di pensare ad altro.
Due chiusure eleganti, sicure, e la Maestranza ritrovava la grandezza che si addice ai suoi gradini, alle sue colonne, alle sue ceramiche.

Poi la stoffa rossa.
In dieci minuti Barberito e Daniel Luque fanno l'amore restituendo alla tauromachia l'assolutamente bello e l'assolutamente grande di cui può essere capace, quel patrimonio d'oro che migliaia di pomeriggi le violentano e brutalizzano mettendo insieme tori vuoti, invalidi, senza morale e toreri presuntuosi, sedicenti artisti, opportunisti.
In dieci minuti i loro corpi si attraggono e si sfiorano, si avvicinano e si respingono, si fanno centro e satellite, come nella migliore delle sevillanas.
La sabbia ocra della Maestranza diventata il tappeto sontuoso per questa danza ammaliante e tragica, colorata del rosso del sangue e ballata al suono del pasodoble.
Churumbelerias, per i taccuini.

Vita e morte insieme, la magia della tauromachia tutta che lo scrigno finalmente schiuso ora libera e infonde nelle anime e nei corpi dei presenti.

Luque domenica ha ricamato il toreo più sontuoso, lento nei suoi passi, rotondo: arte, coraggio, dominio perfettamente amalgamati, in una composizione sfaccettata e luminosa.
Faena di grazia e di autorità: fioriture barocche e gesta di autorevolezza, con la destra la forza dello scalpello che si insinua nel marmo, con la sinistra la bacchetta del direttore che dirige la più sensuale delle partiture.
A cucire, qualche trincherazo da sogno.
I passi naturali sono da soli inno perfetto alla solennità della corrida, e con la spada a terra il ritmo è scandito e imposto anche a destra, la muleta ora sola, le corna di Barberito instancabili e dentro.

L'opera si è compiuta.
Ma il torero non si è ancora definitivamente dissetato alla fonte dell'ispirazione, e Barberito ha ancora muscoli e rabbia.
Passaggio a destra, Barberito scivola da quella parte e Luque dietro le spalle sposta la muleta nella sinistra, Barberito attacca al richiamo, poi di nuovo dietro le spalle il panno nella destra, Barberito di nuovo sfila da quella parte, e ancora a sinistra, a destra, a sinistra, i piedi ben piantati nella sabbia.
La cesellatura dell'orafo più ispirato, la pennellata del pittore che fa grande una tela qualsiasi, il tocco del solista che fa cantare il violino.
Il maestro che eternizza la sua creazione.

E poi finalmente i due corpi si toccano, e lo fanno per tramite di quella lama che tributa entrambi: con la gloria l'uno, con la morte l'altro.

Riconciliazione: fortuita, e insperata riconciliazione.
Domenica 27 settembre 2009, la Maestranza di Siviglia, Daniel Luque e Barberito ci hano ricordato che la corrida sa essere anche occasione di espressione totale, arte e sentimento, sinfonia e tragedia, canto e passione.
Quando l'anima e il coraggio dell'uomo si incontrano con il muscoli e il sangue del toro vero, la corrida è esperienza sublime, incanto, grazia.

La corrida è bellezza.

ps: questo post inizialmente si intitolava Maledetti tutti i responsabili della decadenza della tauromachia, maledetti gli impresari, i manager, gli aficionados prezzolati, i toreri complici e i ganaderos conniventi che ci impongono la vergognosa parodia della corrida e che ci negano la sua grandezza e la magia dell'incontro tra l'uomo e il toro vero...ma oggettivamente sarebbe stato troppo lungo

(foto Ronda - Daniel Luque a Siviglia)

venerdì 2 ottobre 2009

Sul giornale




Nella homepage della Repubblica online di oggi, si parla di José Tomas e dell'ultima (?) corrida a Barcellona.

giovedì 1 ottobre 2009

Toro, torero y aficion




Da un paio di settimane nella testata di Toro, torero y aficion campeggia la foto di Aguardentero fatta ad Arles durante la concorso.
Già questo potrebbe essere un valido motivo per pubblicizzarlo e leggerlo, in realtà si aggiunga pure che quella è gente che ha le idee chiare ed è bene farci un salto appena si può.


ps: si parla di Alle cinque della sera anche qua, e soprattutto qua. Grazie a Marco per le segnalazioni