Christophe Moratello ha messo online le foto della sua temporada, qualche interessante galleria concentrata sulle corse del sudovest francese alle quali ha assistito.
Lo stesso Christophe Moratello è in questi giorni in Italia, qui da noi per una visita alle nostre zone: un minimo dovere di accoglienza ci impone di dedicarci con lui a bagordi di rigore e lunghe nottate di cibo e vino e chiacchiere taurine per festeggiare la sua calata nel Belpaese.
I già non troppo frenetici ritmi del blog ne risentiranno, inevitabilmente.
(foto Moratello)
venerdì 29 ottobre 2010
Moratello e le sue foto
mercoledì 27 ottobre 2010
Grande torero, grande uomo

Signori, Luis Francisco Esplà:
"Ci sono artisti il cui unico affanno è quello di durare, di finire in tutti i musei, e altri invece che solo li preoccupa creare, con forza: mi riconosco in questi.
Bere un buon vino, e chiudere gli occhi mentre lo stai bevendo, questo è essere ricco.
Il toreo è qualcosa di miracoloso, veicola valori che si stanno perdendo.
Essere fedeli all'etica del toreo, è questo che dà prestigio e credibilità.
L'essenza più intima del toreo à la necessità di dare risposta a una domanda dell'uomo, e di sminuire le sue inquietudini: il toreo è nato per avvicinare il problema della morte, sconguirarla, sradicarla durante il tempo della corrida.
La morte non mi importa, soilo mi preoccupa che mi faccia soffrire.
Mentre il torero può muoversi in un qual certo anacronosmo, il torero deve manegiare il presente, con un'altra differenza ancora rispetto alle discipline artistiche: il materiale, un materiale vivo che ha volume, e corna.
Il processo di creazione è una storia magica, e non c'è altra disciplina artistica che incorpori la volontà del materiale."
Queste ed altre meravigliose parole, in un'intervista pubblicata qua.
E poi il sorriso della foto qui sopra...c'è dentro tutto.
(foto di Juan Pelegrin)
martedì 26 ottobre 2010
Arena, il film

Arena è un film documentario del regista austriaco Gunter Schwaiger, uscito l'anno scorso e che ha fatto parlare di sé tanto nel circuito aficionado che in quello cinefilo.
Il film, con il pretesto di seguire da vicino le durezze della vita degli aspiranti toreri, introduce al mondo della corrida: nel corso della pellicola si viaggia dalla Spagna alla Francia al Sud America, incontrando toreri, apoderados, gli allievi delle scuole taurine e i loro professori, aficionados, subalterni, e altri ancora.
Non l'abbiamo ancora visto, e dunque rimandiamo la critica a tempi più saggi.
Ma la notizia è che per capire di cosa si tratta, e per andare a verificare la visione che della corrida il regista austriaco ci propone, non è il caso di comprarsi il dvd, farselo spedire, o trovare altre improbabili strade.
Tutto il film, diviso in tredici parti, è disponibile alla visione gratuita su Youtube.
Un'ora e tre quarti di filmato, da vedere qua:
- parte 1
- parte 2
- parte 3
- parte 4
- parte 5
- parte 6
- parte 7
- parte 8
- parte 9
- parte 10
- parte 11
- parte 12
- parte 13
Buona visione.
domenica 24 ottobre 2010
Anche Tex

Non tutte le febbri vengono per nuocere.
Quella dell'aficion, per esempio, diciamo la verità: va bene i tori, va bene i viaggi, la festa, la cultura, la corrida, e bla bla bla, ma insomma, il virus dell'aficion siamo sinceri, non è altro che un comodo pretesto per conoscere altri ammalati, incontrare persone, condividere la passione, avvicinare gente, scoprire l'umanità.
Sta di fatto che uno precipita nel baratro della passione ai tori, si fa qualche viaggetto, decide di scriverne su internet: ed eccomi qua, dopo ormai tre anni, con molta gente attorno in più, gente con cui ci si scrive, che si incontra di là dalla frontiera sui gradini delle arene o di qua dalle Alpi con le gambe sotto al tavolo, gente con cui si beve (all'occasione, anche parecchio) e mangia, con cui si chiacchiera, discute, litiga, e poi ci si abbraccia, ci si vuole spontaneamente bene, si sogna insieme la prossima stagione, ci si sente sempre più spesso e insieme ci si sente meno soli a custodire questo segreto, il segreto dell'aficion, il segreto della magia dei tori.
E, curiosa coincidenza, merito del blog è anche stata la conoscenza di questo simpatico concittadino che, pure lui contagiato dalla sacra febbre, legge queste pagine e ha deciso di incontrarmi, di bere qualche bicchiere insieme e poi di farmi omaggio di qualche libro a tema.
Insomma tra le cose che il fortunato sabato autunnale ha regalato alla libreria di casa, c'è pure questo numero di Tex.
Un Tex, un albo Tex di Bonelli, bianco e nero di rigore, cavalli e indiani, sombreros e saloon, e però il titolo è Matador.
E' il Tex numero 488, prima edizione giugno 2001, poi ristampato nel 2004.
Un'incursione del prode ranger nel mondo della corrida, naturalmente accompagnato dal fedele Kit Carson, per fare la conoscenza nientepopodimeno che di Rafael Guerrero, torero messicano.
Un Tex sulla corrida, chi l'avrebbe mai detto.
Con un neanche tanto velato approccio pedagogico, allorquando il senor Morales accompagna i nostri due eroi all'arena e spiega, con dovizia di particolari e non senza un certo trasporto, le varie fasi della lidia: il ruolo dei piccatori, la posa delle banderiglie, l'ultimo atto fino alla stoccata, sono tutti motivati e narrati dal fumetto con precisione e rispetto.
Vi risparmio il resto della storia, peralto accompagnata da tavole curate e disegni impeccabili, che restituiscono la plasticità del volapié, l'elettricità di un paio di banderillas e il fascino della vestizione, dunque ve lo risparmio perché il Tex 488, dal titolo Matador, ogni aficionado italiano che si rispetti deve farlo suo, recuperarlo, leggerlo e metterlo in bella mostra sulle mensole in salotto.
Un Tex che ha per titolo Matador è adesso al suo posto qui nella libreria di casa.
Aficion.
giovedì 21 ottobre 2010
In buona compagnia

Che Guevara, a los toros.
(nel frattempo il Parlamento Europeo ha respinto una proposta di legge del gruppo Verde, tesa ad abolire i finanziamenti europei agli allevatori di toros bravos. Siamo nell'ordine di una settantina di milioni di euro, quello sì che sarebbe stato un colpo letale alla fiesta. Una buona notizia, insomma. E curioso che sia l'Europa a indicare la strada alla Spagna, ma tant'è.)
martedì 19 ottobre 2010
Perché andiamo a vedere la corrida
Perché andiamo alla corrida.
Non è per nulla facile spiegare ciò che ci viene più naturale. Potrei senza alcun intento provocatorio rispondere con un'altra domanda o, per essere più precisi, con altre due domande: perché non dovremmo andarci o ancora perché dovremmo chiederci perché ci andiamo?
In realtà non c'è nulla di provocatorio nel rispondere ad una domanda di questo tipo con altre domande; è un po' come se ci chiedessimo perché beviamo un bicchiere di buon vino o ci soffermiamo di fronte ad un bel quadro. Ma il solo fatto che ci poniamo una di queste domande impone che la risposta più semplice e naturale, qualcuno dirà ovvia, "perché mi piace" non sia (o non sia ritenuta) sufficiente.
In realtà "perché mi piace" è una sintesi di un universo di sensazioni, emozioni, ricordi e fantasie molto difficili da districare. Sarebbe compito assai più semplice raccontare perché non andiamo o addirittura perché non dovremmo andare alle corride; che come ognuno vedrà son cose ben distinte: possiamo infatti non andare (ahimè) solo perché quella che la logistica (leggi distanza) ce lo impedisce, così come ce lo impedisce la mancanza di tempo o la mancanza di denaro, mentre nel terreno del "perché non dovremmo andare" troviamo alcuni (pochi per la verità) degli argomenti più illuminati degli antitaurini. Argomenti che evidentemente non condivido ma alla cui libera possibilità di espressione (con Voltaire) sacrificherei la vita. Viceversa mi sembra che i detrattori della corrida siano molto meno disposti non dico già a sacrificare la propria vita (metaforicamente parlando, giacché qui, nel magico gioco fra uomo e toro, l'unico che rischia davvero la propria vita è il torero), ma anche solo a tollerare chi la pensa in maniera diversa. E si badi che già il tollerare non implica accettazione ma solo sopportazione.
Il motivo è forse che, fra le tante grandezze della corrida, vi è un superiore sentimento di assoluta democrazia che, pur nella più accesa differenza delle opinioni, accomuna tutti i partecipanti; non mi viene in mente altra situazione nella quale, essendo certa la morte di uno dei contendenti (del toro quasi sempre, e del torero fortunatamente quasi mai) non c'è odio: non esiste infatti persona al mondo che ami e rispetti maggiormente un animale del torero.
E lo stesso pubblico della corrida, per definizione rumoroso, volubile ed estremamente facile all'irritazione e alla bronca, in realtà ama e rispetta il toro, ammira e idolatra il torero come dimostrano gli infiniti esempi di contestazioni memorabili trasformate da due veroniche e una media in una catartica riappacificazione tra l'afición e il proprio beniamino.
Perché dunque andiamo alle corride. E' difficile spiegarne le ragioni. Forse perché lo stesso concetto di ragione, la tanto glorificata razionalità, non entra nel cerchio magico dell'arena. Più rifletto sulla domanda e più traboccano dal cesto delle motivazioni sentimenti, emozioni, colori, suoni, profumi e poi ancora ricordi e amici e viaggi e incontri.
La corrida, quel mondo che Cañabate indicava come el planeta de los toros e che gli addetti ai lavori chiamano mundillo, piccolo mondo, piccolo universo, è qualcosa che sfugge alle definizioni e alle regole comuni.
Che sia fuori dal tempo è chiaro a chiunque, estimatore o detrattore, vi abbia assistito almeno una volta. Ma fuori dal tempo non significa affatto che sia anacronistica, superata ed antica; tutt'altro, è proprio il suo essere fuori dal tempo (in una sorta di mondo parallelo) a renderla eterna (nel limitato senso di incommensurabile rispetto alla vita umana). E del resto non è forse eterna la grande pittura ? O l'architettura? O la musica? E se per arte intendiamo quell'attività umana che crea emozione attraverso la bellezza, possiamo forse non considerare la tauromachia un'arte? Che poi a noi aficionados tale arte appaia la più grande perché unisce alla creazione che contraddistingue ogni forma d'arte, all'immediatezza tipica del teatro, all'improvvisazione dell'esecuzione musicale il palpabile pericolo cui l'artista, il torero, espone la propria vita, che a noi aficionados la tauromachia appaia come la più grande delle arti questo già rientra nella predilezione che ogni appassionato ha per la cosa, la persona, l'attività che l'appassiona.
Tuttavia dire che andiamo alla corrida perché ci piace e che ci piace perché la corrida è una forma d'arte e che l'arte è ciò che ci regala emozioni attraverso la creazione del bello non sembra per alcuni essere sufficiente.
Per me è invece più che sufficiente. Non sento infatti alcun bisogno di giustificare moralmente la corrida; la corrida, come tutta l'arte, è e dev'essere (e non può non essere) amorale, ovvero al di fuori e al di là dei giudizi di valore. Di un'opera d'arte, così come di una faena, possiamo dire che è bella o che non lo è, che ci piace o meno; ovvero, per dirla con Oscar Wilde, “non esistono libri immorali; i libri o sono scritti bene, o sono scritti male”.
Tralascio quindi qualsiasi considerazione sul fatto che nella corrida il toro (quasi sempre) muoia; qualsiasi aficionado credo infatti che abbia sentito, letto e forse anche dovuto sostenere più volte centinaia di argomentazioni (dalle più ovvie e però non meno veritiere a quelle più alte che sfiorano la filosofia) che spiegano sotto ogni possibile angolazione le motivazione di questo inevitabile esito. D'altra parte se il toro non venisse sacrificato, semplicemente non esisterebbe la corrida. E non esisterebbe il toro.
Perché andiamo dunque alla corrida? Non lo so.
Ma speriamo di farlo ancora per molto tempo.
Suerte!
Cristiano Bricchi
(foto Ronda - per inviare il proprio testo: alle5dellasera@tiscali.it)
domenica 17 ottobre 2010
Conto alla rovescia

Altroché Kilimangiaro, qui siamo ben oltre.
Dunque, c'è un personaggio in Francia, super amante degli animali, super anticorrida eccetera eccetera, che ha deciso di alzare il livello.
Forse si era stufato di manifestazioni, proposte di legge, volantinaggi e cose così.
Il tipo ha deciso di risolvere il problema alla radice: i tori da combattimento muoiono nell'arena?
Bene, io me ne compro uno e non lo faccio morire nell'arena.
Christophe dunque ha riscattato un vitello di tre mesi dal suo allevamento e se l'è messo in giardino.
L'ha chiamato Fadjen.
E la cosa migliore che il prode Christophe ha fatto per divulgare questa nuova pratica è stata l'apertura di un blog, dalle cui pagine l'amico transalpino ci relaziona sulla crescita di Fadjen, mostra video in cui Fadjen risponde se chiamato, chiede sostegno economico e dice che ha bisogno di un trattore per portare da mangiare a Fadjen, mostra altri video in cui Fadjen corre spensierato insieme alle caprette, e vi pubblica le pagine del diario in cui ci racconta della prima poppata che Fadjen ha dato al biberon, del secondo biberon che Christophe ha dato a Fadjen e così via, tratteggiando uno scenario idilliaco in cui il toro da combattimento non è altro più che un pacioso animaluccio da compagnia, un erbivoro pacifico e naturalmente incline a stabilire fratellanza con l'uomo, un compagno e un amico.
Christophe ci dice che Fadjen, chiamato così proprio come il vitellino di Ingalls - quello de La casa nella prateria - ha imparato a rispettare i "no" che lui gli intima, è di casta domecq, riconosce la macchina del suo padroncino, che lui gli parla molto (cioè, Christophe a Fadjen) e che Fadjen lo onora di muggiti affettuosi e complici.
C'è un filmato in cui Christophe gioca a pallone con Fadjen, davvero, non scherzo.
Tutto molto commovente, tutto molto disney.
Se non che, tanto per dirne una, anche l'allevatore francese di toros bravos Cyril Colombeau qualche anno fa dovette tirare su un vitello col biberon.
La madre l'aveva abbandonato, e non c'era alternativa.
Cyril Colombeau aveva nutrito il vitellino, l'aveva svezzato, gli si avvicinava, gli lustrava il pelo, lo accudiva, i due se la intendevano.
Il vitellino crebbe e si fece toro.
L'8 aprile 2004, giusto in apertura della feria di Arles, Cyril Colombeau entra proprio nello stallo di quel toro, per portargli del fieno.
Inciampa e cade a terra.
Il toro gli pianta un corno nel petto, lo solleva, e lo inchioda contro il muro.
Morto sul colpo.
Io, fossi in Christophe, terrei aperte le biglie.
Il biberon non basta, per spurgare il sangue da millenni di bravura.
E' tutto così stupido.
- il blog di Christophe e Fadjen
- una pagina dal sito del Crac con l'intervista a Christophe e Fadjen calciatore