
Ma guarda un pò, si hay toros no hay toreros, e viceversa naturalmente...
In ogni caso un sabato/domenica ricchissimo: una concorso succosa , Ana Romero e Miura in corrida e una novillada interessante.
Programma qui.
sabato 30 gennaio 2010
Pasqua 2010
mercoledì 27 gennaio 2010
Juncal

Gli aficionados si dividono in.... toristi e toreristi ?
Si, anche, ma non è questo il punto. Il buon aficionado sa apprezzare il buon toro ed il buon torero, e spera sempre nell' eccezionale congiunzione astrale in cui essi coincidono nello stesso ruedo, e nello stesso momento, quando un buon toro ha fortuna nel sorteggio, e gli tocca un buon torero.
La vera, fondamentale differenza è fra coloro che sanno a memoria intere scene della serie televisiva Juncal, e tutti gli altri.
Il personaggio di Juncal, portato sul piccolo schermo in una riuscitissima serie di sette episodi, trasmessa nel 1989 dalla televisione spagnola TVE, nell'interpretazione del compianto Francisco Rabal, è la quintessenza della toreria, dell'essere torero e di vivere come tale, anche ( e soprattutto se) la vita è stata avara di successi professionali e personali.
Non era la prima volta che Paco Rabal vestiva i panni di un torero, lo aveva già fatto, da par suo, nei film Los Clarines del Miedo (1958), Currito de la Cruz (nella versione a colori del 1965) e Sangre en el Ruedo (1969), ma con Juncal dà vita ad un personaggio emblematico e grandioso, anche nelle sue miserie, un po' Rafael de Paula, un po' El Pana, ma senza i loro eccessi etilici.
La sua passione sono i tori, la sua debolezza sono le donne, e la sua natura di inveterato sciupafemmine segna le sue tragicomiche vicissitudini. Costretto da una fatale cornata a troncare una carriera più che onorata (che lo aveva portato anche a sposarsi con l’erede di un’agiata famiglia di Cordoba, da cui ha avuto due figli) Juncal si riduce a convivere con Teresa (Eva Penella), ostessa sivigliana di buon cuore ma di carattere, che lo mantiene, fino al momento in cui lo mette letteralmente sulla strada quando si accorge delle sue sfacciate infedeltà.
Juncal si trova costretto quindi ad affrontare una serie di patetiche peripezie, nella migliore tradizione del romanzo picaresco.
Inizialmente trova rifugio nell'umile casa di Bufalo, il lustrascarpe gitano (interpretato da Rafael Alvarez El Brujo) suo incondizionale e devoto ammiratore. Da lì parte alla riconquista della famiglia legittima, e di un tetto sicuro, spinto anche dal miraggio di poter guidare la carriera del figlio che ha deciso a sua volta di diventare torero.
La storia diviene quindi occasione di tracciare un magistrale affresco di vita taurina, e non solo, in cui compaiono personaggi indimenticabili, interpretati da un cast di attori di prim'ordine, fra cui Lola Flores (suocera del Bufalo), Cristina Hoyos, nota artista flamenca, nei panni della moglie di quest'ultimo, e con un altro grande, Fernando Fernan Gomez, sotto la tonaca del Padre Camprecio, singolare figura di prete catalano aficionado a los toros.
Il figlio di Juncal è interpretato da Luis Miguel Calvo, che era novillero nella vita reale, e tutt'ora lavora come banderillero, dopo aver recitato anche in Belmonte (1995) nella parte di Joselito El Gallo, mentre il personaggio di un oscuro maletilla è affidato al Sevillita, che sarà per anni banderillero de El Juli.
La donchisciottesca avventura di Josè Alvarez Juncal, matador de toros come ama sempre presentarsi, sembra volgere, tra mille tribolazioni, al lieto fine, fino al tragico e catartico finale nella Maestranza di Siviglia, nella corrida di alternativa del figlio.
Il regista Jaime de Arminan, aficionado di gran sensibilità, guida lo svolgersi della serie con mano sicura e ne fa un capolavoro che ebbe subito un successo travolgente, ed ha lasciato un segno profondo in tutti coloro che amano la fiesta de los toros.
L'opera è diventata un classico, un culto, un vero e proprio long seller, fin da quando fu disponibile in VHS, ed ora in DVD, tutt'ora in commercio in Spagna.
Conosco aficionados spagnoli che, nei fine settimana invernali senza tori, organizzano riunioni domestiche, per affrontare maratone-Juncal con la visione di seguito dell'intera serie, intervallata da pantagrueliche merende.
A casa mia rivederlo una volta l'anno è di rigore, e lo sarà fino al consumo totale delle videocassette.
Sono ormai diventate di uso comune alcune tipiche espressioni del protagonista quali tomo nota (prendo nota), abitualmente usata in risposta ad una affermazione che lo contraria, e quieres que te eches otro polvete? (gradisci un'altra scopatina?) rivolta all'amante di turno, quando - data l'età già avanzata del proponente - ha la certezza che la risposta sia negativa.
Indimenticabile la scena, alla fine del primo episodio, quando Bufalo mentre gli lustra le scarpe, gli racconta la mitica faena che Juncal (soprannome del torero, che significa "splendido" in lingua gitana calò) ebbe a realizzare a Puerto de Santa Maria. E' la miglior faena di tutta la tauromachia, per come viene descritta.
Per chi ancora non avesse avuto la fortuna di apprezzare l'opera, c'è una gran notizia: la visione integrale dei sette episodi (la cui sigla è un pasodoble espressamente scritto per l'occasione, e intepretato dal gruppo Vainica Doble) è disponibile gratuitamente in streaming a questa pagina.
Per cui d'ora in avanti, se qualcuno vuole essere fra quelli che la conoscono quasi tutta a memoria, non ci sono scuse.
Se non altro, è un'ottima occasione per perfezionare la propria conoscenza della lingua spagnola (sopra tutto nella sua declinazione andalusa, con qualche elemento di idioma gitano), oltre che del gergo taurino, che trascende il ristretto campo in cui è nato, e si presta magnificamente a descrivere l'intera esperienza umana.
Un’ultima annotazione: se andate a Siviglia, cercherete invano il bar di ambientazione taurina dove sono state girate molte scene. Il bar in questione esiste, ma si trova a Madrid.
- testo a cura di Marco Coscia -
lunedì 25 gennaio 2010
Anche Javier Cercas
Lui è quello che ha scritto Soldati di Salamina, intenso e aggraziato romanzo che ci porta dentro la guerra civile spagnola, dentro le sue crude brutalità e i suoi squarci di incredibile umanità.
Javier Cercas, scrittore spagnolo e docente di letteratura all'Università di Girona, è intervenuto ieri dalle colonne de El Pais nel delicato e sentito dibattito circa le prospettive abolizioniste catalane.
Come già per il suo collega Javier Marias (*), una volta chiarito di non essere aficionado a los toros, Cercas produce argomenti solidi e ragionati.
L'articolo pubblicato sul Pais, in conclusione, dice una cosa semplice.
Due ragioni, una estetica e una etica, fanno della corrida un'esperienza umana fra le più alte, un patrimonio da conservare gelosamente, e che non è bene voler negare e disperdere.
La corrida è etica, e c'è un etica nella corrida, e Cercas ce lo svela con linearità e facilmente: "uccidiamo il toro come migliaia di altri animali, ma almeno il toro non lo uccidiamo in una forma indegna dopo averlo obbligato a vivere una vita indegna (i polli di allevamento vi dicono qualcosa? ndr), ed anzi gli viene reso onore prima di ucciderlo e dopo avergli permesso una vita felice e di morire dignitosamente e nobilmente, combattendo".
Un altro appoggio alla difesa della fiesta, autorevole e lineare.
Bene.
Rimane un solo dubbio: perché ci devono pensare Marias e Cercas, che premettono di non amare particolarmente le corride di tori, a costruire barricate per assorbire gli attacchi proibizionisti?
La nobile lista che tutti sappiamo recitare a memoria, Picasso-Hemingway-Goya, riferimenti che tanti hanno usato per sostenere uno statuto culturale alla tauromachia, è oggi sterile?
Tra gli uomini di cultura, tra i grandi uomini di cultura, nell'arte, nella letteratura o altrove ancora, non albergano più aficionados?
(foto Ronda - Riflesso)
domenica 24 gennaio 2010
Una buona domenica ad Istres

E' stato reso pubblico, venerdì scorso, il programma della Feria di Istres: tre corride ed una novillada da venerdì 18 a domenica 20 giugno.
Appetitosa la combinazione della domenica, novillos dei fratelli Tardieu (*) la mattina e lotto di Cebada Gago al pomeriggio.
Istres non è lontana, potrebbe essere un week-end da tenere in considerazione.
(l'affiche della feria è firmata dall'artista Jean Pierre Formica: al centro del poster Sebastian Castella, protagonista di una doppietta in quei tre giorni)
venerdì 22 gennaio 2010
Capuchino nel silenzio

Venerdì 10 luglio 2009, verso le 11 del mattino, entravamo a Figueres: di strada verso Ceret, la tappa intermedia ci avrebbe permesso di visitare lo scoppiettante e folle Museo Dalì (*).
L'autoradio passò bruscamente da un non indimenticabile pezzo pop alla cronaca del giorno: a Pamplona era morto un ragazzo poche ore prima, vittima di una cornata durante l'encierro.
Dita sul cellulare e subito un messaggio al'amico Pietro, il nostro El Pana privato, che era proprio a San Fermin.
Poco dopo il bip-bip del suo sms ci rincuorò.
Con un pò di mesi di ritardo, ecco il suo racconto di quella cupa giornata.
Capuchino nel silenzio
San Fermin, 8 giorni di pura follia.
San Fermin,la festa resa famosa da Hemingway, 204 ore di alcol, tori e nottate ad aspettare le 8 di mattina, per vedere che il sole sorge ancora, per provare il brivido di correre di fianco ai tori.
San Fermin,12240 minuti vissuti tutto di un fiato,aspettati per un anno intero.
Stranamente quest'anno a San Fermin tutto si è fermato, la festa ha cessato di essere tale per un minuto, un minuto soltanto che però vale più degli altri 12239.
Tutto si è fermato alle 18,30 del 10 luglio.
La plaza de toros come sempre era gremita di aficionados, carichi di alcol e di cibarie e pronti ad assistere alla quarta corrida del 2009, però stasera il programma era diverso.
Dopo il paseillo ci sarebbe stato un minuto di silenzio per ricordare Daniel Jimeno Romeno, giovane di Alcala de Hemarez morto tragicamente nell'encierro di Jandilla.
Quella mattina siamo stati svegliati da un fiume di chiamate ed sms di amici che dall'Italia si sinceravano del nostro stato di salute, visto che la notizia di un morto durante la corsa dei tori era già arrivata in Italia.
Tutti a chiedersi: perchè eravamo li? perchè rischiare la nostra vita in modo così stupido, tutti a puntare il dito contro quegli ubriaconi che sfidano la sorte di fronte a dei tori.
La giornata è passata a chiederci cosa sarebbe capitato quella sera, se il clima di festa che si respirava nelle vie sarebbe cessato, e invece ci veniva detto che tutto sarebbe andato avanti come sempre, tranne per un minuto di silenzio prima della corrida.
Ma come? basta questo per ricordare la morte di un ragazzo?
Andando verso la plaza,alle cinque della sera, vediamo subito qualcosa di diverso. Alla fine dell'Estafeta,nel tratto di Telefonica in cui c'è stata l'incornata mortale, un pezzo di palizzata non è stata rimossa.
Si riescono appena ad intravedere i legni, visto che sono completamente coperti di foulard e sciarpe rosse, fiori, bicchieri di birra, magliette.
Nell'arena non si parla d'altro,e lo speaker invita il pubblico a partecipare al minuto di silenzio.
Poi entrano i toreri,seguiti dalla quadriglia. Arrivati davanti al presidente, ecco che tutto si ferma, e dal palco si alza un suono. E' il silencio di Roy Etzel. Tutti in piedi, immobili, ad onorare un nostro compagno, perchè tutti i mozos, tutti i corridori sentono tale il ragazzo morto quella mattina. Anche se di nazionalità diversa, di età diversa, sconosciuto, lo sentiamo vicino perchè come noi prende parte a questo delirio collettivo.
Tutta la piazza è immobile, tranne un cavallo, che continua rigirarsi su se stesso.
Tantissimi hanno lacrime che scendono sul viso, perchè in questi momenti è impossibile trattenerle.
Si sente qualche suono provenire da fuori dell'arena, dalle vie intorno, ma i 20000 presenti non fiatano.
E' un minuto che dura una vita, sentiamo quasi che il sangue si ferma nelle vene.
Poi un ultimo squillo di trombe, e si alza al cielo un applauso, quasi liberatorio, infinito, che dal ruedo si spinge verso il cielo.
Si, è bastato un minuto per onorare Daniel, e siamo fieri di farne parte.
Poi, purtroppo, veniamo riportati alla realtà.
Capuchino, il toro assassino, è il primo ad uscire, e ad attenderlo c'è El Fandi, un torero mediocre per un toro manso.
Ci sarebbe piaciuto vedere un Belador, un Bastonito di fronte a toreri che onorassero anche loro la memoria di questo giovane, senza cadere nel volgare e nello sterile autocompiacimento.
Non è stato così, purtroppo.
Però di questo Pamplona 2009 porteremo sempre nel cuore quel minuto fra i 12240, alle sei e mezza del 10 luglio, e un giovane che era nato per correre, e che ci ha lasciato correndo.
(foto Campos y Ruedos)
mercoledì 20 gennaio 2010
Costoletta e gli altri
Costoletta.
Mica filetto o scamone, costoletta.
Anzi Costoletta, maiuscolo.
Joaquin Rodriguez, nato a Siviglia nel 1729 e al quale dobbiamo la primogenitura della veronica, l'intuizione del volapié e qualcos'altro ancora, era figlio di uno scorticatore del matattoio della città andalusa.
Divenuto torero, Joaquin Rodriguez decise di assumere come nome d'arte Costillares.
Costoletta, appunto.
Ora, naturalmente non basterebbe un saggio intero per scandagliare il tema dell'apodo, del nome d'arte in tauromachia, dello pseudonimo torero.
Le ragioni, le origini, le declinazioni.
Rimandiamo quelle riflessioni o quegli studi ad un altro tempo, ad altri momenti: ma c'è che Jacques Durand nell'antologia di suoi pezzi Chroniques du sable (ed. Atlantica) ha dedicato un paio di pagine all'argomento, tra aneddoti gustosi e ricerca rigorosa.
Due pagine irresistibili, pazzescamente romantiche, roba d'altri mondi e d'altri tempi.
Si scopre che insomma, oltre alle veroniche e al volapié, Costoletta ci ha lasciato anche la tradizione del soprannome, l'altro io attraverso il quale l'uomo si fa torero, il nome che è ora definizione, ora prospettiva, ora individuazione di quell'altro mitico sé.
Il nome del torero, il nome da torero, che popola l'immaginario mondiale della tauromachia, che dà quel tocco di esotismo supplementare e definitivo, che rende magica e ogni volta ricca di mistero la lettura del cartellone.
Oggi ne girano pochi, ne girano meno: El Juli, El Cid, qualche Morenito, e poco di più
El Fundi dice che del suo nome d'arte non ne sa nulla, e consiglia di rivolgersi al nonno per le spiegazioni.
Altri tempi, nuovi tempi.
Però aveva iniziato Costoletta.
E dopo di lui, il diluvio.
Nessun dominio umano ha avuto la possibilità di sottrarsi al saccheggio.
La geografia e la toponimia ci hanno lasciato un Niňo del Biafra (!), uno Smilzo di Cordoba (Finito), o degli Zingarelli di Triana.
Il mondo delle professioni ha visto sfilare Il Tassista, L'Esattore, Francisco Gonzales Patatero, o anche Il Sarto.
La zoologia di suo ha regalato alla tauromachia dei Galletti, dei Coniglietti (Conejito), dei Lupi, la Lumaca, un Puma, uno Scarafaggio.
La meteorologia poi ha scaricato nelle arene Il Sole (Carlos Malaga El Sol), Il Tuono (Antonio de Andres El Trueno), Il Tormenta e Il Fulmine.
Tutti toreri.
E siamo solo all'inizio.
La religione, prevedibilmente, non si è fatta scappare l'occasione: abbiamo avuto un Chierichetto, un Vescovo (El Obispo, grande), un Bimbo delle Monache, una manciata di Frati e anche Manuel Reyes El Catolico.
Avanti.
C'è stato un Nerone delle Cinque della Sera (enorme), un paio di Napoleone e pure quello Spartaco che deve il soprannome al manager El Pipo, che un giorno gli profetizzò: tu sarai il miglior gladiatore della tauromachia, come Spartaco lo fu a Roma.
A questo punto e' lecito pensare, mi viene da dire, che pure El Pipo fosse un soprannome non casuale.
Ma non è ancora il momento di fermarsi.
L'orticoltura ha prodotto Insalata, Melone, Limone e soprattutto l'ineffabile L'Ortolano.
Ancora, tutti toreri.
Sembra che L'Emozionante (il cordobese Rafael Munoz) non lo sia stato un granché e che Manuel Casado El Desconocido, Lo Sconosciuto, tale sia rimasto; un cancro al pancreas avrà ragione del messicano L'Impossibile e un novillo ucciderà nel 1944 Tomas Azcarraga L'Improvvisato.
Tutti toreri scesi nell'arena.
Desperdicios, Scarti, si fece enucleare l'occhio destro da Barabbas, toro di Concha y Sierra, nel 1857 al Puerto de Santa Maria: preso un fazzoletto in mano, recupera l'occhio dicendo appunto sono solo scarti.
Morirà a Siviglia una trentina d'anni dopo, e al funerale la bara sarà portata in spalle dalla crème dei toreri dell'epoca: Il Grassoccio, Testona, Il Marinaio, Checco.
In quel periodo tra l'altro il destino ci va pesante con quegli audaci che a pseudonimo eleggono Pepete.
Il cordobese José Rodriguez Pepete (il numero 1, via) si fa uccidere da Cocinero di Miura a Madrid, il 20 aprile 1862.
Natìo di Siviglia, José Rodriguez Pepete 2 finirà di respirare incornato da Cantinero di Zalduendo, in un angolo della Navarra nel 1899.
A Pepete 3, quel José Gallego che aveva la tessera numero 13 del monte di pietà dei toreri, non andrà meglio: la luce si spegne a Murcia, il 7 settembre 1920, sotto i colpi di Estudiante.
Ci penserà Pepete 4, José Carvajal, a voltare pagina: morirà nel suo letto.
Il Chierichetto, Il Tassista, Il Marinaio...chi sceglie più, oggi, pseudonimi così romantici e assoluti?
Certo i tempi sono cambiati e blablabla, certo avere una pagina web con indirizzo www.ortolanoiltorero.com farebbe soffocare di risate il mondo intero...però è un peccato.
Si perde un pezzo di tutta la faccenda.
Ma se si affaccerà sulla scena un nuovo Nerone delle Cinque della Sera io, e questa è una dichiarazione ufficiale, sarò disposto a fare migliaia di chilometri in un solo giorno per sedermi all'arena.
Sarebbe il minimo.
(foto Ronda - Istres 2009)
martedì 19 gennaio 2010
Los Toros di Michael Crouser

Come per magia da ieri, 18 gennaio, fa bella e imperiosa mostra di sè nella libreria del nostro inadeguato salotto una copia di Los Toros di Michael Crouser.
Permettetemi la divagazione del tutto personale, ma da anni non sospiravo tanto l'arrivo di un libro: per una inaspettata e benedetta sorpresa ora eccolo qua.
Su queste pagine l'opera del fotografo americano aveva già fatto capolino un paio di volte: eravamo incantati a distanza da quelle immagini, sbirciate di nascosto su qualche sito internet (seguite i link, ne trovate qualcuna), rubate alla rete come fossero un gioiello inarrivabile, ritrovate poi in altre piazze virtuali grazie alle infinite trame della connessione mondiale.
Le foto di Crouser soffiano eternità su chi si sofferma ad contemplarle.
Lo sono, eterne.
Fissano attimi perfetti, congelano l'essenza della tauromachia in uno sguardo o in uno scarto, nel profilo di un corno o nell'ombra di un corpo, raccontano con parole gravi e barocche.
E' pellicola e non digitale e si vede: le sue immagini hanno uno spessore unico, una grana romantica e dimenticata, una luce severa e senza tempo.
Le senti respirare, le foto di Crouser, senti il loro cuore che batte.
Arte, eccezionale arte.
(foto Ronda - il sacro libro qui sul tavolo)