venerdì 27 aprile 2012
Una foto (16)
(foto Ronda - St Martin de Crau; per una qualche ragione che mi sfugge, cliccando sulla foto si vede l'immagine meglio definita)
martedì 24 aprile 2012
I tormenti di un critico disilluso
"La fiesta vive oggi un momento particolarmente cruciale per il suo futuro. Il toro bravo è una specie in via di estinzione. La manipolazione genetica che esercitano gli allevatori sotto le pressioni costanti delle figuras ha prodotto un animale dal comportamento invalido, debole, carente di bravura e casta e dal temperamento docile. Una caricatura che suscita disagio, fastidio, rammarico, noia e una profonda delusione.(...)E che non si equivochi: l'arte del toreo è possibile certo grazie alla nobleza del toro, ma ciò che la rende grandiosa è il toro de poder, con casta e fiero; ben presentato, serio, armato, vibrante, encastado, aggressivo."
(foto Ronda, particolare della Real Maestranza)
lunedì 23 aprile 2012
Concorso in diretta da Saragozza
domenica 22 aprile 2012
E poi ti rompono le palle se vai all'arena
Erano i primi anni 80 e mio papà mi portò a San Siro, per Milan- Pisa. Potete immaginare l'emozione e la magia che, a me ragazzino di provincia, provocava la domenica milanese: l'autostrada fino là, il parcheggio, i tifosi che si agglutinavano nel piazzale, lo stadio enorme, i cori, tutto.
A fine partita siamo scappati in macchina, io nascosto sotto il sedile, nel bel mezzo di una sassaiola terrificante tra le tifoserie. Mi veniva da piangere, mi ricordo, ma più che altro avevo paura.
Una paura vera, come non ne avevo mai conosciute.
Qualche anno dopo eravamo a Genova, per Sampdoria-Milan. Mi ricordo che sulla destra, con il 2 sulla maglia, giocava Gerets: per una qualche strana ragione quell'uomo con la barba e i pantaloncini corti mi affascinava, avevo occhi solo per lui. Dopo una ventina di minuti, pochi ordini di posti sotto di noi, un tifoso fu accoltellato: tafferugli generalizzati, panico e tensione, mio papà mi portò fuori subito.
Quella volta piansi sul serio, avrò avuto una decina d'anni.
Oggi a Genova, come a Bergamo qualche anno fa, come a Roma qualche anno fa, i tifosi hanno fatto interrompere la partita. Questi trogloditi con simpatie nazistoidi tengono in ostaggio gli stadi d'Italia da decenni e tutto è normale, ne mettono in galera tre o quattro all'anno e la cosa finisce lì: al massimo qualche dibattito idiota in televisione, qualche sentimento di indignazione sui giornali, e domenica prossima il circo ricomincerà.
Le famiglie non vanno più allo stadio, le donne con i bambini non vanno più allo stadio, è orribile.
Il calcio è malato, dicono.
Il cazzo.
Il calcio non è malato, il calcio non deve fermarsi e gli stadi non devono chiudere: è sufficiente prendere (quanti saranno? 20.000 in tutta Italia) gli ultras violenti e barbari, che la Questura conosce per nome e cognome, e mandarli a fare in culo in galera.
Gli eserciti nelle curve, ci vogliono, per tre o quattro partite, e poi tutto tornerà normale.
Terribile, davvero terribile sospendere il campionato, interrompere le partite.
Terribile dover andare allo stadio, ancora oggi che sfioro i quarant'anni, con gli occhi vigili, con una punta di tensione a fior di pelle, con il dubbio che ogni volta possa succedere qualche incidente.
Qua a Piacenza una volta, per Piacenza-Reggiana ovvero un match di cui tutto il resto del mondo se ne sarebbe fottuto per l'eternità, i tifosi ospiti lanciarono un razzo che cadde a pochi metri da dove stavo seduto insieme ai miei amici. A pranzo avevo mangiato i tortelli della mamma, due ore dopo ancora un pò prendiamo un razzo in testa.
I tifosi sequestrano il calcio e con il calcio sequestrano anche un immaginario collettivo, le domeniche italiane, una passione che ci tiene insieme, una cultura intera.
E poi ti rompono le palle se vai all'arena.
Che è un luogo di pace, di rispetto, di fraternità.
Che è un luogo in cui gente che non si conosce non va a insultarsi o a menarsi ma va a incontrarsi e magari conoscersi, va a condividere un'illusione e nei casi fortunati un'emozione o addirittura un'estasi.
Un posto dove le donne vanno da sole, e dove i bambini vanno con i nonni.
Dove si fumano sigari e si dividono salsicce e bottiglie, dove chi siede vicino sempre ti saluta, ti stringe la mano e si finisce a chiacchierare e scambiarsi idee, commenti, sensazioni.
Ti rompono le palle se vai all'arena che è un posto dove si impara a rispettare le virtù del toro e ad ammirare le abilità dell'uomo, un posto in cui riacquistano senso ed esplodono valori ormai dimenticati, relegati a fissazioni nostalgiche e che invece sono da sempre faro e orizzonte per l'uomo: solidarietà e sincerità, coraggio e forza, lealtà e intelligenza.
Dove si impara il rispetto totale che merita la vita e il rispetto totale che impone la morte.
giovedì 19 aprile 2012
Le fumeur des souvenirs
Tanto nel magnifico Recouvre-le de lumière la penna dell'autore era guidata dall'urgenza di raccontare bulimicamente per tenere viva la memoria del fratello scomparso, tanto in questo nuovo capitolo la prosa si fa asciutta ed essenziale, accontentandosi di evocare più che narrare, e proseguendo quel cammino intimista intrapreso già con Le sens de la marche, ideale seguito del capolavoro iniziale.
Ne Le fumeur de souvenirs, uscito per i tipi delle edizioni Verdier da qualche settimana, Montcouquiol pare quasi raccontare a sé, e solo poi al lettore, quelle piccole vicende e quelle piccole storie, banali e grandi nella loro fragile semplicità, che hanno fatto da cornice alla sua carriera di aspirante torero prima e di mentore di Christian poi: storie genuine e vere come lo scenario che le accoglie, quello di una tauromachia che sta lontano dalla luce dei riflettori, fatta di viaggi estenuanti, giornate al campo, corride in arene polverose di paese, tanti sacrifici e qualche episodico trionfo. E dove la tauromachia non è altro che la via che porta alla conoscenza più profonda dell'uomo e della vita.
Se c'è un dono che ha Alain Montcouquiol, scrittore per caso, questo è la capacità rara di toccare con immediatezza le corde dei sentimenti: con risultati deflagranti in Recouvre-le de lumière, opera straziante e di indimenticabile bellezza, e con modi più discreti ma ugualmente toccanti oggi in questa nuovo lavoro.
Le fumeur de souvenirs è un libro di racconti, brevi e brevissimi, ambientati ora nel Messico dei pueblos, ora nella Nimes dei quartieri popolari, ora nella campagna di Salamanca attraverso i quali l'autore ci parla sottovoce e con delicatezza della sua vita: del rispetto per i tori, dell'amore per il fratello, dell'umanità incontrata.
Una lettura consigliata.
- Le fumeurs de souvenirs, Alain Montcouquiol, ed. Verdier
lunedì 16 aprile 2012
Male Miura e Fuente Ymbro
Per quanto ancora la visione della A con le orecchie,
disegnata con il gesso bianco e sproporzionata sulla sabbia gialla a
centro pista, provocherà negli aficionados brividi ed eccitazione?
Di
questo passo ahimé c'è da scommettere invece che quella stessa A sarà
tra poco sinonimo, tra gli appassionati, di noia e delusione e
fallimento.
Miura, c'est fini borbottava amaro un ganadero
locale domenica sera ad Arles, uscendo a passo svelto dall'arena:
miglior sintesi non avremmo potuto fare per raccontare la corrida
pasquale di quel ferro che in questi ultimi anni sta corrodendo l'aura
di leggenda che lo accompagna da sempre.
Di presentazione
generalmente seria pur se non certo straordinaria, con tre esemplari
sopra i 600 kg, la corsa di Miura è piombata nel fallimento totale a
partire dal terzo toro.
Ché i primi due avevano, in effetti, fatto
sperare in un pomeriggio diverso: Ojeador, il primo della serata, aveva
preso tre picche con un certo impegno e alla muleta era arrivato
riservato e difficile, ma comunque vivo.
Una corrida terribile e preoccupante per la ganaderia di Zahariche, dove avranno da riflettere sulle ultime uscite dei tori marchiati in quelle terre.
Posto che delle ultime quattro bestie non ha senso parlare, Fernando Robleño ha messo in evidenza a Ojeador le già conosciute sue qualità e anche una buona disposizione: davvero apprezzabile il suo sforzo di fronte a un toro reticente e complicato, sforzo culminato in una serie a sinistra buona e inaspettata. Peccato che per quegli insondabili misteri che regolano equilibri e criteri di una feria, né questo valoroso sforzo, né una spada intera ed efficace abbiano fruttato quella che sarebbe stata una meritata orecchia.
Trofeo che invece, con qualche merito in meno, si è aggiudicato Javier Castaño al secondo della serata: una terza picca da così lontano non si imponeva, e la faena è durata il tempo di un paio di serie a destra, poi nulla più.
A partire dal terzo toro, con il senno di poi, avremmo fatto meglio ad andare a berci una bottiglia di rosé in una qualche bodega del quartiere.
Con una Pasqua così, il lunedì le già consistenti aspettative riposte dagli aficionados nella corrida di Fuente Ymbro registravano un'impennata logica e consistente. Il cartel era effettivamente allettante, la corsa dell'anno scorso era stata più che buona e nei recinti i sei tori di Gallardo avevano sfoggiato teste impressionanti (che distraevano in realtà da un trapio generale non certo entusiasmante).
Ma se non fosse stato per Ivan Fandiño e il suo toreo chiaro e canonico, del pomeriggio non si sarebbe salvato nulla: fracaso totale per Fuente Ymbro che ha portato ad Arles tori senza razza, senza forza, con qualche volontà anche ma senza i mezzi per realizzarla (il quarto), instabili sulle zampe, senza qualità e in un paio di casi con complicazioni disordinate.
Thomas Duffau è naufragato sotto la carica scomposta ed esigente di Dionisio, l'ultimo del pomeriggio, che si è prima portato a spasso il torero di Mont de Marsan per tutta la pista e poi se l'è mangiato servendosi una voltereta di antipasto: peccato, avremmo voluto vedere quel toro, probabilmente il più attrezzato dei sei, trattato da un polso più sicuro.
David Mora non è certo stato fortunato al sorteggio: Escogeperro, il suo primo, era invalido (e il pubblico impediva al torero di brindarlo al consesso, bene) e non si poteva fare altro che finirlo rapidamente; e Majeza sì aveva complicazioni e difficoltà, ma Mora rimaneva ai margini di un toro dal quale si sarebbe potuto ottenere di più, solo profondendo maggiore impegno. Un brutto segnale alla vigilia della stagione più impegnativa e decisiva.
In questo deserto di casta e toreria, Ivan Fandiño aveva buon gioco a emergere e infine risultare l'unico possibile trionfatore della serata.
Il suo primo Fuente Ymbro, colpito da infarto al terzo paio di banderiglie, era sostituito da un Antonio Palla sufficientemente mobile e solido per permettere a Fandiño di dedicarsi a un lavoro profondo e convinto: dalle chicuelinas serratissime ad una spada intera entrando perfettamente, e passando per una faena in cui l'uomo era di parecchio superiore al toro, il torero basco metteva in mostra le qualità di fermezza e coraggio e serietà che lo stanno imponendo come valore sicuro e riferimento principale tra gli aficionados.
La faena a Laurel, il quarto del pomeriggio, era servita con una muleta forte e dominatrice, lasciando distanza al toro perché si ossigenasse ed arrivasse carico in quel panno rosso capace di risucchiarne la carica e poi governarla a piacere.
Torea bene, Fandiño, ed è un piacere vederlo all'opera: ben collocato nell'asse delle corna, la gamba di uscita sempre avanzata, la muleta offerta davanti e piatta. Eccola, finalmente, la verità della tauromachia.
Due orecchie per lui e un'uscita in trionfo meritata per il torero migliore di tutto il ciclo pasquale.
(foto Ronda - corrida di Fuente Ymbro, Arles)





