venerdì 4 novembre 2011

Fandiño uno di noi


"(...) quello che c'è da fare è un'Associazione di Aficionados che si chieda come considerare la fiesta e che la supporti e la aiuti in questo momento così difficile."

Olé torero.



(foto Ronda)

mercoledì 2 novembre 2011

Servizi deviati


Niente resterà impunito era una delle più fantastiche rubriche del mai troppo compianto Cuore: le sue pagine verdi hanno lasciato un vuoto incolmabile e sì, sono sempre i migliori che se ne vanno...
E se Alle Cinque della Sera fosse stato un blog di satira taurina l'articolo qua sotto avrebbe dato materiale per tutto l'inverno: ce lo manda dopo faticose ricerche il compagno Francesco da Bologna, è il pezzo uscito sul Carlino all'indomani dell'ultima corrida barcellonese.

Da leggere, con gusto.



L'ultima corrida, olè


di Vincenzo Pardini (da Il Resto del Carlino del 25/9/11)

OGGI, NELLA PLAZA de Toros di Barcellona, uomo e toro duelleran­no per l'ultima volta, incrociando spada e corna. Perduto il fascino di un tempo, la corrida è stata ripudia­ta da molti spagnoli. Scrittori, tra cui Hemingway, le hanno dedicato fiumi d'inchiostro. Pagine in cui si parla sempre di uomini e mai di to­ri, giocattoli animati per dilettare le folle e mettere in bella mostra il to­rero eroe. Nell'arena, più che coraggio, occorrono freddezza e crudeltà. Si colpisce un essere innocente, feri­to e sfiancato dai banderilleros e fra­stornato dai colori che gli balenano attorno, tra cui il drappo rosso, die­tro al quale si nasconde il ferro che gli squarcerà il cuore. Ma se provia­mo a entrare dentro di lui, avvertia­mo quanto la sua eroica e primitiva ingenuità abbia il potere di farci tor­nare indietro nel tempo, ai giorni al­lorché non eravamo gli esseri evolu­ti che saremmo diventati, tanto da riuscire a dominare gli altri anima­li, dei quali abbiamo finito con l'ap­profittarci, fino alla malvagità più efferata e blasfema, perdendo quel­la sensibilità e quell'amore verso il Creato, noi stessi e il prossimo, quindi verso il mondo, che conti­nuiamo a illuderci di asservire ai no­stri peggiori intenti. Manto nero e forme atletiche dei campioni umani sollevatori di pesi o pugili pesi massimi, il toro della corrida ha la testa larga, cespugliosa di pelo e le corna bianche; le zampe sono robuste, agili, lo zoccolo largo e flessibile.

CRESCIUTO al pascolo, ha fiducia in se stesso, e altro non pensa che alle sue esigenze vitali, ai suoi istin­ti, tra cui l'amore per le giovenche. Nel viaggio verso l'arena si sente sperduto, prigioniero di non capi­sce cosa, e vorrebbe tornare brado. Gli uomini che lo scortano, li consi­dera una via di mezzo tra conoscen­ti e amici, avvertendone le intenzio­ni dal tono di voce. Stare nell'arena, in mezzo alle urla, ai colori della fol­la che lo assedia, deve infondergli disorientamento, tanto più quando iniziano a ferirlo le punte dei banderilleros. Poi scorge il drappo rosso e un uomo che lo provoca e lo incalza. Allora gli subentrano paure e furore e carica con tutta la forza di se stes­so. Vuole allontanare un pericolo, un avversario che non è andato a cercare, ma si è trovato di fronte. I minuti passano, le forze comincia­no a venirgli meno. Non più nero e lucido, il mantello è una maschera di sangue rappreso. Ha il respiro grosso e corto. Barcolla. Implacabile e determinato, il torero gli pianta il ferro fino al cuore; il suo collo lar­go, muscoloso e nobile è infranto, sfigurato alla stregua di un'opera d'arte. Si piega, e cadendo guarda il cielo; gli ultimi sprazzi di memoria rivolti ai pascoli, alla libertà. Creatura di Dio, anche lui ha un'anima. Sono innumerevoli, mandrie che occuperebbero un con­tinente e forse di più, i tori uccisi nelle corride. Qualche volta hanno avuto la meglio, incornando il tore­ro; alcuni hanno tentato addirittu­ra di fuggire, arrampicandosi sui palchi e tra la folla. Mai l'hanno fat­to per spirito di vendetta, ma per dirci che non ne potevano più.

MESSAGGI che si recepiscono con la calamita della sensibilità, con quel qualcosa che parte da noi e si trasferisce nel prossimo, che non è soltanto il nostro simile, ma anche l'animale, di cui dobbiamo com­prendere il linguaggio, fatto di sguardi e atteggiamenti. Lo sguar­do dei tori delle arene non è catti­vo, è triste alla stregua di quelli ven­duti al mattatoio, da dove può acca­dere cerchino di fuggire come i lo­ro fratelli dalle arene. Infatti non sa­rebbe nella loro natura e intenzioni scontrarsi con l'uomo, col quale niente hanno da spartire. L'uomo, invece, vuole impossessarsi di ogni cosa. Tra cui vita e destino di chi riesce a sottomettere e schiavizzare. La corrida ne è la dimostrazione. E lo sarà finché non verrà abolita ovunque.

IL GIRO d'affari delle corride, è un'industria con 200 mila ad­detti e vale oltre 2,5 miliardi di euro all'arino, contribuendo per lo 0,25% al Pil nazionale. Ma negli anni lo spettacolo che ispirò artisti e scrittori del cali­bro di Pablo Picasso e Ernest Hemingway ha perso il suo appeal. Secondo un sondaggio del 2010, solo il37% degli spagnoli si dichiara interessato alla corri­da, mentre il 60% boccia addi­rittura lo spettacolo. Dal canto loro, gli appassionati catalani della corrida hanno raccolto 300mila firme in difesa della "Fiesta".


(nell'immagine la prima pagina, straordinaria, di un numero del novembre '91)



martedì 1 novembre 2011

Matador


Personaggio vulcanico capace di passare agevolmente dalla boxe alla pittura alla musica, vice console americano in Spagna dal '43 al '46, il californiano Barnaby Conrad fu folgorato durante il suo soggiorno iberico dall'arte tauromachica tanto da diventare intimo dei più grandi toreri dell'epoca (Belmonte, Arruza) e addirittura alternare con loro in qualche festival.
Gravemente incornato nel '58, il "Niño de California" - questo il suo nome da torero - ritornato nella natìa America aprì a San Francisco un bar taurino, foto di Manolete alle pareti e tapas sul bancone.

Non fosse che per il profilo del suo autore, Matador meriterebbe una lettura.
Pubblicato nel 1952 e protagonista di un successo mondiale (milioni le copie vendute), l'opera è stata tradotta in una trentina di lingue, e Steinbeck o Faulkner tra gli altri non si limitarono nei commenti generosi e elogiativi.
Il libro è, essenzialmente, il racconto dell'ultima corrida e della morte di Manolete: Conrad si limita nella narrazione a cambiare qualche elemento, il califfo diventa Pacote e il suo rivale Dominguin diventa Tano Ruiz, la corrida fatale è a Siviglia e non a Linares... ma la storia è esattamente quella che conosciamo, con il toro di Miura, la bella e mantidea Socorro/Lupe Sino, la rassegnazione autodistruttiva del torero.

Un romanzo taurino come ormai non se ne scrivono più, e peraltro costruito bene: l'azione si svolge esclusivamente nella claustrofobica camera d'hotel e nella Maestranza che diventa teatro di morte, la costruzione della storia conquista il lettore obbligandolo ad accelerare per arrivare all'epilogo, ed i personaggi sono davvero ben definiti.
Certo che però il libro ha qualcosa di diverso, e il suo autore è bravo a raccontarci altro.
Matador è l'inesorabile discesa verso le angosce più profonde di Pacote, il suo ricorso suicida all'alcool, le sue incontenibili paure e il suo precipitare coscientemente verso una fine segnata.
Il Manolete di Conrad è un uomo fragile e stanco più che un torero che segnerà la sua epoca, i suoi sono gesti ora nervosi e irritati ora infantili e inadeguati, è un uomo che conosce le proprie paure e pure non riesce a vincerle e forse, segretamente, nemmeno vuole.
Il Pacote protagonista di Matador è insomma uno fra i migliori personaggi letterari taurini che si possa capitare di incontrare, e il cui ricordo difficilmente sbiadisce nel tempo.

Una lettura caldamente consigliata dunque, a maggior ragione ora che la temporada invernale è tragicamente agli inizi e i mesi a venire saranno lunghi e grigi.
Piccola nota finale, l'edizione Bompiani che abbiamo recuperato su Ebay a un prezzo ridicolo (meno di 3 euro) è la prima mai pubblicata in Italia: datata 1954, la copertina è illustrata niente meno che da Bruno Munari.
Altri tempi.

lunedì 24 ottobre 2011

Andate e ascoltate


"Andate comunque nei dintorni di una plaza de toros durante una corrida, se non potete o non volete assistere alla tragedia tauromachica.
Andate e ascoltate perché qualcosa di straordinariopuò capitarvi.
Quel che accadde a me a El Espinar mentre la birra fresca scendeva giù, il padre di Francesco chiedeva pan con tomate, fette di pane coperte da succo di pomodoro olio e sale, e il pubblico nella piccola plaza accompagnava le azioni di tori e toreri.
Erano olé compatti, come se dentro ci fosse un direttore d’orchestra, non un mormorio indistinto, erano olé che venivano da una voce sola, possente e esaltata. Eppoi erano applausi scroscianti, lunghi e che, improvvisamente, quasi che ci fosse stato qualcuno a spegnere l’interruttore, si bloccavano in un silenzio irreale. E così veniva appunto la parte più stupefacente: il silenzio. Un vuoto quasi religioso. A tratti si sentiva una voce stridula o un vocione rauco gridare qualcosa e, dopo, risate sparse o grida inferocite e intolleranti richiami al silenzio: sssssssss, sssssssss. Ma c’erano momenti di silenzio così assoluto che venivano i brividi.
Saliva la curiosità, montava la voglia di capire perché. Cosa stava succedendo là dentro perché tutto fosse improvvisamente così vuoto, come se non ci fosse più nulla e non si potesse più parlare, quasi fosse uno spettacolo durante il quale non si può tossire o una cerimonia talmente unica che nessuno può neppure respirare?
Che capitava? Perché? Non avevo il coraggio di chiedere nulla ma tendevo le orecchie. E restai sconcertato quando, nel silenzio profondo e denso che si era creato dopo quasi un minuto intero di vuoto spezzato solo da sospiri, la musica suonò. Era una musica malinconica e dolce, sembrava accompagnare una specie di danza triste e solenne, sembrava tingere il pomeriggio spagnolo di un sottofondo di spaesamento tragico e speranza e, mentre questa musica suonava, gli olé ricominciarono, il pubblico riprese a esaltarsi e sembrò che una specie di consonanza perfetta si fosse stabilita fra pubblico e orchestra finché fu di nuovo silenzio. A questo punto qualcosa di serio, di terribilmente serio doveva essere sul punto di accadere e io guardai il padre di Francesco e lui mi disse: «Ci siamo. È il momento della verità». Non chiesi nient’altro. Il silenzio restò gonfio per qualche secondo ancora poi fu come se venisse giù tutta la plaza e gli applausi furono un boato e durarono a lungo tra strepiti e urla eppoi si gonfiarono ancora, si gonfiarono sempre più e continuarono per minuti, meno esaltati ma costanti, un rumore pieno, una gioia tesa e vibrante, fino a spegnersi in un brusio che durò qualche altro minuto, e la musica riprese a suonare in un breve stridio e il silenzio si ricompose e qualcosa stava ricominciando."

- da Il toro non sbaglia mai, di Matteo Nucci


(foto Ronda - Las Ventas)

giovedì 20 ottobre 2011

Grandezza e dignità

Per Costantino e tutti i tronisti e tutte le troiette cerebrolese che stanno dietro ai tronisti.
Per i calciatori che portano occhiali da sole enormi e ridicoli, si abbronzano sotto le lampade e in campo si pettitano e poi si gettano a terra gridando straziati se anche solo sfiorati.
Per tutti i giovani annoiati e sfigati, playstationizzati e mollaccioni e bamboccioni che affollano case e giardinetti e stuprano ogni memoria, rigettano ogni fatica, abbreviano e sopravvivono.

Lotterò fino all'impossibile e tornerò di fronte al toro, tornerò a vestirmi da torero perché così sta scritto nel mio mestiere.
Il toro mi ha fatto grande e mi ha permesso molti trionfi, il toro è la mia felicità: il toro mi ha dato questa cornata ma non conservo nessun rancore, per la professione e per il toro.

Per Costantino, i calciatori e gli sfigati sono la dignità quelle mani giunte, il coraggio di farsi spingere in carrozzina, la forza di parlare con quella mezza bocca ancora disponibile.
Di mostrarsi così, con quell'occhio cucito e quella faccia in paralisi.
E di dire queste cose.

Sono un'incondizionata stima e un commosso rispetto i sentimenti che ci travolgono in questo momento.
Fuerza Padilla.



mercoledì 19 ottobre 2011

Le Regine alla finale







Domenica prossima, 23 ottobre, all'arena La Croix Noire di Aosta è programmata la finale della Battaglia delle Regine: considerando che dovrebbe esserci bel tempo e quindi la merenda sui gradini a base di fontina e vino rosso sarà particolarmente felice, consigliamo vivamente una gita fuori porta fino a là. Niente di meglio per una domenica di fine ottobre.


Per saperne qualcosa di più è bene consultare il sito dell'Associazione Amici delle Regine, dove abbiamo trovato tra le altre cose questa esauriente introduzione:

In Valle d’ Aosta le “ reines” sono i rappresentanti più battaglieri della razza pezzata nera a castana, quelli che animano le lotte all’ interno delle mandrie.
Esse posseggono caratteristiche morfologiche che le distinguono dalle compagne: corporatura possente e muscolosa, fronte larga dotata di corna robuste, orientate normalmente in avanti.
I combattimenti tra queste avvengono spontaneamente durante la mescolanza all’ interno di una stessa mandria o di più mandrie come in occasione della salita in alpeggio. Sono loro stesse che scelgono l’ avversaria ed il momento più propizio per l’ “attacco”.
Le “batailles programmate” sono invece organizzate dall’ Association Régionale Amis Batailles de Reines mediante concorsi pubblici ad eliminazione diretta, su di un’ area appositamente scelta ed adeguata e contro un’ avversaria assegnata a sorteggio.
Si svolgono ogni anno e le concorrenti meglio classificate sono ammesse a partecipare al concorso finale regionale per l’ assegnazione del titolo di “reina delle reines” di ogni categoria.
Durante lo svolgimento delle “Batailles de Reines” non c’ è forzatura a lottare da parte dell’ allevatore che rimane spettatore. La competizione è leale, l’ animale lotta contro un simile ad armi pari, non c’ è lo scopo di eliminare l’ avversaria ma di ottenerne la sottomissione con una più o meno onorevole sconfitta.
In Valle d’ Aosta questi combattimenti hanno assunto un grande interesse non solo nel mondo agricolo, fanno parte di una cultura e di una tradizione di cui noi valdostani siamo orgogliosi e tenaci assertori.


(foto Ronda - finale 2007)



martedì 18 ottobre 2011

Gorka Azpilicueta


Questo giovane aficionado di Pamplona, appassionato fotografo, è il vincitore del concorso di fotografia taurina indetto dall'impresa di Las Ventas.
Le foto sue e del suo socio Arsenio Ramirez si trovano qui sul loro sito di cui già avevamo parlato, e valgono davvero una visita.

Sfogliando le dieci immagini finaliste del concorso, si conferma che la giuria ha scelto bene.


(la foto vincitrice, di Gorka)