martedì 31 maggio 2011

San Isidro


E così anche questa San Isidro è arrivata alla fine: tra la sinistra di Talavante e il peligro degli Escolar, la porticina grande di Manzanares e il fracasso dei Partido de Resina e con loro di un bel pò di tori cosiddetti commerciali, e poi la serietà di Sergio Flores e di Fandiño e la buona impressione lasciata dai messicani.
Più un sacco di altre cose, naturalmente.

Per ultimo, Las Ventas riserva agli aficionados il piatto forte: mercoledì i Palha e giovedì i Cuadri.
Val la pena andare a vedere cosa succede.

lunedì 30 maggio 2011

Cambio




A Ceret la frangia più oltranzista e insieme conoscitrice del pubblico, peraltro in un ambiente che già ha le idee chiare, è solita riuscire ad inquadrare un toro già dopo i primi passi, subito all'ingresso dell'arena: e lì se un toro non è perlomeno perfetto, la gente non se ne sta di certo zitta.
Ecco perché a Ceret c'è un'invocazione che risuona minacciosa dalle gradinate, un imperativo categorico indirizzato al presidente e che vale come censura al ganadero, l'evocazione di una necessità senza appello.
Cambio!
Quanti cambio ho sentito a Ceret in questi anni, quanti cambio hanno rimbombato in quell'arena.

Ecco, oggi non mi veniva in mente altra parola per intitolare un pezzo.

Cambio.

domenica 29 maggio 2011

Il toro non sbaglia mai


"La mattina del 16 maggio 1920 a Talavera de la Reina l’aria era mite, il sole ancora obliquo e i giardini del Prado profumavano di gelsomino. Nelle stalle della plaza de toros La Caprichosa, Bailador sembrava il più piccolo fra i tori."

Il toro non sbaglia mai di Matteo Nucci è il libro che gli aficionados italiani aspettavano da tanti anni, perlomeno da quando Volapié è andato fuori edizione.
E' il libro che a noi ha fatto compagnia lo scorso inverno, e che abbiamo conosciuto nel suo trasformarsi; è il libro che volevamo leggere, che volevamo vedere sugli scaffali delle librerie e negli schedari delle biblioteche, di cui volevamo scoprire notizie sui giornali, nelle trasmissioni, alla radio. E' il libro che gli aficionados italiani leggeranno e consumeranno, e poi passeranno ai nipoti, perché chissà, magari un giorno anche loro.

"La mattina del 31 maggio 1931, come spesso capita a Madrid, un’aria fredda scese sulla città dalla Sierra de Guadarrama. Attorno alla plaza della Carretera de Aragón uomini e donne passeggiavano coperti da pesanti cappotti e ignoravano i movimenti attorno all’arena."

Ne Il toro non sbaglia mai, naturalmente, si parla di tori. Lo si fa seguendo le vicende di questo ragazzo italiano che gira il sud della Spagna, arrivato là trascinato da una passione incontenibile ma che necessita di conoscenze ed esperienze, e che a Cadice incontra un torero sulla via del fallimento. Rafael Lazaga Julia, questo il suo nome, guiderà in questo percorso l'italiano che dunque scoprirà alcuni segreti della corrida, rivivrà la storia dei grandi combattimenti e dei grandi toreri, toccherà con mano le contraddizioni di un mondo sospeso tra tradizione e business, affronterà da vicino l’impenetrabile mistero che unisce uomo e toro.

"La mattina dell’11 agosto 1934, Manzanares affondava in una pozza di sole. Le terre bruciate di Castiglia sembravano lande desertiche. Due bambini succhiavano limonate fredde mentre il padre si voltava sorpreso verso l’ingresso della plaza de toros."

Ne Il toro non sbaglia mai il pretesto certo sono i tori, ma il centro di gravità è un altro. Il libro è una profonda e insieme faticosa ricerca intorno al tema della verità, che sì parte dalla verdad torera ma per trascendere velocemente da quella e aprirsi ad una speculazione di più larghi orizzonti. Insomma toros magistri vitae, per Matteo Nucci: è infatti partendo dalle antinomie della tauromachia, dai suoi canoni e dalla sua ontologia, dai suoi aspetti artistici o spettacolari ma insieme tragici o oscuri, che il libro conduce un’indagine sul senso ultimo della verità e della ricerca di essa, sul prezzo che questa ricerca ha per un uomo, sulla necessità della sua attualità.

"La mattina del 30 agosto 1985 a Colmenar Viejo l’umidità aveva schiuso odori che preannunciavano settembre. Dal belvedere della città una coppia di amanti si stringeva la mano prima di salutarsi e intanto, attorno alla plaza de toros già tutto era in movimento."

Il toro non sbaglia mai
è un romanzo, e poi è anche un saggio, e poi è una riflessione filosofica, e poi è un atto d'amore. Ci sono dentro Manolete e José Tomas, Platone e Francis Wolff, c'è la Spagna profonda, c'è la rara capacità evocativa della scrittura di Nucci e tutta la sua passione per la corrida, c'è la vita e c'è la morte.
Ci sono i tori, e dunque c'è tutto.


(qualche altra recensione qua: Il Riformista, Il Venerdì, D Donna)

mercoledì 25 maggio 2011

Ana, acqua e bonbon


Eccolo qua.
E' quel pezzo che manca a chi non conosce, a chi giudica, a chi disprezza.
E' quel pezzo che dice che la corrida è fatta con la carne degli uomini, con il cuore e il sangue degli uomini, con le paure e le gioie degli uomini.
Che la corrida è passione e sofferenza, verità e assolutezza, e soprattutto vita.
La corrida è fatta con la vita degli uomini.

Guardate questo video, i primi cinque minuti: poesia, sentimento, tutto.
Ana Martin è una signora non più giovane, ha i capelli bianchi e un sorriso sincero, e ha visto molte più primavere di quante gliene restano da aspettare.
E' una mamma come tante.
Con la differenza che suo figlio ha scelto come nome d'arte El Fundi, gira le arene combattendo quei tori che i suoi colleghi miliardari si rifiutano anche solo di sentir nominare, e ad Arles quest'anno - con il contagiri che segna 46 anni - ha ucciso Fragata e Canelito, due Miura.
Ana Martin è la mamma del Fundi, Ana Martin va alla plaza ogni volta che El Fundi torea, Ana Martin non guarda la corrida, solo aspetta che la corrida finisca.

Guardate quelle immagini, il volto teso di lei, i suoi scatti, la tensione, e le sue parole schiette e d'altronde così normali: lo seguo sempre, così se gli succede qualcosa io sono lì.
Da piangere.

Ana dai capelli bianchi soffre, prega, vibra, pronta a scattare, soccorrere, accudire.
Ana dai capelli bianchi ogni volta combatte la sua corrida privata.
Ma grazie all'acqua e ai bonbon, il pomeriggio passa.


- visto che siamo in tema, e con incredibile ritardo, a questo link la galleria delle foto prese alla Feria di Arles 2011-


(foto Ronda - Arles)

martedì 24 maggio 2011

Per Marzia





(che non è una dichiarazione, beh insomma per certi versi anche sì e comunque lei capirà, e anche qualcun altro che era là in settembre)

lunedì 23 maggio 2011

La prima volta fu a Jerez de la Frontera

A pochi giorni dall'uscita del suo Il toro non sbaglia mai, Matteo Nucci ci fa l'onore di questo testo pensato e scritto proprio per Alle cinque della sera e i suoi lettori.
E' un prologo al libro, è una confessione, è una chiacchierata tra amici, è un racconto.
E' il perchè de Il toro non sbaglia mai.




La prima volta fu a Jerez de la Frontera


Tutto cominciò definitivamente a Jerez de la Frontera.

Si era nei giorni di apertura della feria. L’hostal “Las Palomas” si andava riempiendo, una piccola folla era nell’atrio ricoperto di azulejos e l’uomo al banco neppure mi vide passare mentre uscivo. Fuori, l’aria era pulita e fresca, era il 13 maggio e per calle Higueras c’era odore di detersivo e dietro un angolo vidi una donna che stendeva il bucato, aveva mani grosse e fianchi larghissimi e si muoveva con grazia e canticchiava qualcosa con un filo di voce arrochita. Sbucai su Plaza de las Angustias e mi sentivo felice. Dietro l’angolo, a destra (allora era una novità, adesso una promessa) c’è un piccolo bar che è poi diventato il mio bar dell’anima. È il bar dove sogno di tornare al mattino quando d’inverno mi sveglio e fa freddo, il cielo è plumbeo e piove. È un piccolo bar senza caratteristiche precise se non che è spagnolo, che è la Spagna profonda e che ci sono quotidiani da leggere e sgabelli dove sedersi e grossi recipienti colmi di margarina da spalmare sulle fette di pane tostato e grossi recipienti colmi di succo di pomodoro e olio per chi preferisce la colazione salata. Lui, il padrone, ha sempre l’aria accogliente al mattino e io quel giorno chiesi una tostada e la ricoprii di margarina, poi ne chiesi un’altra e la ricoprii di pomodoro, intanto sorseggiavo caffellatte e finsi di guardare il giornale, finsi e basta perché quel che avevo di fronte era ben altro. Erano le dita di un uomo che sfogliava le pagine di un libriccino e intanto fumava furiosamente e beveva il suo caffè doppio. Erano le mani di un uomo sulla cinquantina, la pelle dura e nera dei gitani e le dita che sembravano scoppiare negli anelli d’oro, negli enormi anelli d’oro quasi rossastro, ma quando le muoveva, quelle dita – sul libro, sulla tazza, fra i capelli, sul banco metallico, sul filtro della sigaretta, sul pacchetto morbido, sull’accendino – quando le muoveva sembrava che avesse una grazia infinita, un’infinita leggerezza e un tocco sublime. E io lo guardavo e già ascoltavo la musica e sentivo la folla che bisbigliava, il toro che entrava nell’arena, i clarini, i mormorii, gli olé del pubblico, l’odore del toro, il ritmo delle cappe, il fruscio del panno giallo e rosa, la grazia, la grazia infinita davanti alla morte. E fu in quel mattino che capii cosa avrei voluto raccontare.

Più tardi, dall’altra parte della strada, un gruppetto di ragazzi al bar di fronte – un bar più signorile e moderno con seggiolette metalliche fuori al sole – si radunò intorno al fino di Jerez. M’invitarono a sedere con loro e a bere. E mentre bevevano lasciarono che le mani cominciassero a schioccare il ritmo e di nuovo il ritmo ricoprì ogni cosa e il canto flamenco partì e le voci arrotate, vive di una specie di raucedine soffiata, vibranti di emozione, si alternarono sulle mani che battevano e si mischiarono alle risate e al vinito che riempiva i bicchierini sottili e alla felicità della feria che travalicava. E di nuovo era la grazia, la grazia su tutto, la grazia sulla morte che incombe, la grazia sulla paura di vivere e affrontare se stessi, affrontare il toro che sta per uscire dalla stalla. Di nuovo era la folla e gli odori e i suoni e l’arena. E di nuovo era lì, lì, non altrove che andava cercato il segreto, il segreto che rende la corrida un luogo esemplare della sfida di ogni essere umano a se stesso, il luogo da descrivere per scrivere di tori. E se le immagini si andavano srotolando già come una pellicola, poco più tardi incontrai un uomo grosso e forte, buono e burbero, pieno di voglia di vivere, una moglie bella e elegante e le parole dure come pietre. Lo chiamavano El Cabeza, il “testone”, il “faccione”, per via della sua faccia quasi piatta e cinica, vera e scontrosa. Passammo del tempo insieme nella notte della feria di Jerez e il giorno dopo, mentre su Calle Doña Blanca mi aggiravo tra le vecchine che erano arrivate all’alba dalle campagne portando sacchi di lumache da vendere a ogni angolo accanto al mercato, pensai che El Cabeza avrebbe aperto il mio libro dei tori, sarebbe stato il primo personaggio del mio libro dei tori, avrebbe detto in poche parole già tutto quel che volevo dire sulla morte, la grazia, la sfida, la paura e il coraggio. Pensai che El Cabeza sarebbe stato il primo vero personaggio di molti uomini che avrei voluto raccontare, e così è stato.

Sono passati esattamente due anni da quei giorni a Jerez de la Frontera. Il libro è finito e sta per uscire e io non so se quel concentrato di grazia che splende sulla sfida che ogni essere umano lancia a se stesso durante gli anni che gli sono concessi in vita, splenda anche nel libro e riesca a raccontare l’immortalità della sfida dei tori nel suo essere un modello, un paradigma. Non posso sapere se due anni dopo quel mattino la sfida del libro, almeno quella, sia vinta. Però certo il libro è qui e racconta tutto quello che per molti anni ho sentito di voler raccontare. Perché se la prima volta in cui Il toro non sbaglia mai ha cominciato a nascere davvero è stata in quel mattino di Jerez, certo il desiderio, la voglia e quasi il dovere di scrivere di tori erano nati molto prima, davvero molto prima. Perché – intendiamoci – di tori in questo Paese non è per nulla facile sapere qualcosa e per noi italiani presi dal virus dei tori fino a pochi anni fa la vita era davvero dura. Per me, furono anni e anni di corride e di fatiche, quando con gli amici di sempre con cui avevamo deciso di capire almeno qualcosa di quel mistero che è la tauromachia moderna che s’incarna nella corsa dei tori spagnola, cercavamo ovunque suggerimenti, consigli, spiegazioni. Al tempo – ben più di quindici anni fa – non c’era internet e il blog Alle cinque della sera forse non era neppure nella mente degli angeli. Ovviamente, la televisione italiana non trasmetteva corride e in libreria poi non si trovava nulla. Nulla che non fosse Hemingway, certo. C’erano i suoi vibranti racconti, c’era Fiesta e c’era Morte nel pomeriggio. Ma nient’altro. Il libro di Lapierre e Collins sul Cordobés – l’unico altro tradotto in Italia – era da un pezzo fuori commercio, mentre il capolavoro italiano, Volapié di Max David, era sepolto nelle biblioteche da decenni. Nessuno, almeno a Roma, sapeva nulla di corride. Tutti invece erano pronti a condannare. Capire seriamente qualcosa era un’impresa. Scrivere un giorno di tori, allora, era già un dovere.

Scrivere di tori, spiegare la magia dell’arte, invitare a capire la perfezione dell’animale, aprire gli occhi sulla naturalezza della corrida, sulla superiorità della vita che conducono i tori da combattimento rispetto ai milioni di vacche e buoi che quotidianamente mangiamo uccisi nell’orrore dei macelli. Raccontare la bellezza degli allevamenti di tori – vere e proprie riserve naturali che hanno conservato un mondo. Mostrare i movimenti di chi si fa artista di fronte alla morte e quelli di chi invece fugge. Ripercorrere una storia secolare, offrire una possibilità di accesso a un mondo complicatissimo e sacro. Scrivere di tori era un dovere, sì. Soprattutto un dovere. Assaporato poi con il piacere di tutti gli amici incontrati per strada, tutte le persone conosciute e il vino bevuto a una corrida di paese e i panini smezzati da mani pronte a mettere quel che si ha in comune e le parole, le discussioni, le letture, i consigli. Un dovere portato avanti attraverso i paesi e le città di Spagna, gli allevamenti e le plazas de toros, le letture e le case degli aficionados italiani. E ora che quel dovere è compiuto non resta che partire ancora, ricominciare tutto di nuovo, cercare una volta in più una verità irragiungibile, la verità irragiungibile della corrida, la verità irragiungibile del nostro mondo. Non resta che inseguire di nuovo il nostro torero o il nostro toro e soprattutto ricordarsi sempre quel che gli interpreti più appassionati non si stancano di ripetere. “Ognuno ha il suo toro”, ognuno ha la sua sfida da portare avanti, una sfida che non ha fine e non si esaurisce se non nella sfida quotidiana, reiterata costantemente, alle proprie paure e alle proprie debolezze. Saremo pronti a ripartire sempre, insomma. Perché la stagione dei tori non finisce mai.

Matteo Nucci


(foto Ronda)

domenica 22 maggio 2011

Teologia e geometria


Arriviamo con un giorno di ritardo: il 21 maggio, cioè ieri, segnava i vent'anni dalla prima puerta grande di Cesar Rincon a Madrid.
Tagliò due orecchie a Santanerito di Baltasar Iban, e Joaquin Vidal sul Pais titolò "Cesar Rincon sale in cielo". Era la seconda apparizione a Madrid, la prima dopo la conferma dell'alternativa, nel 1984.
Sette anni che non passava di lì, porta grande.
Il trionfo di quel ragazzo colombiano, sostanzialmente sconosciuto, fu così clamoroso e rotondo che l'impresa gli propose di scendere in pista anche il giorno dopo, in sostituzione di un torero infortunato.
Due orecchie in tasca, la stampa che titola a tutta pagina, il telefono dell'impresario che la notte non cessa di suonare: una follia accettare il bis, subito, ventiquattr'ore dopo appena.
Il rischio di rovinare tutto è enorme e stupido è afrontarlo.
Ma Cesar Rincon è sempre stato torero, dice sì, firma, entra nell'arena a piedi e ne esce di nuovo sulle spalle, in trionfo, dopo aver ucciso due tori di Murteira Grave.
Nel 1991 uscirà altre due volte dalla porta grande di Madrid, per la Beneficenza (Samuel Flores, mano a mano con Ortega Cano e vuelta finale per i due e per l'allevatore) e per l'Autunno, in quel 1991 che diventa l'anno che fa da spartiacque tra l'era pre-Rincon e l'era dell'impero Rincon.
Con ieri sono passati vent'anni dalla prima volta in cui il portale di calle Alcalà si spalancò per far passare il conquistatore colombiano.
Per il quarto trionfo di quello stesso anno, Joaquin Vidal concluse questa volta il suo articolo con un definitivo "(Rincon) possiede il toreo puro".

Ora, occorre sapere che Ignatius J. Reilly è stato uno dei più grandi personaggi del XX° secolo.
Senza entrare nei dettagli della sua incredibile vicenda di vita, che pure meriterebbe di essere raccontata anche su queste pagine, per ora basti dire che il suo più grande lascito è quella livorosa indignazione e quell'autentica rabbia che egli nutriva per la totale assenza, nel mondo contemporeaneo, dei principi di teologia e geometria.
Ignatius Reilly dedicò la sua vita a combattere questa pericolosa e inaccettabile deriva.

Teologia e geometria.
Ecco, se penso a Cesar Rincon e al suo toreo, mi vengono in mente queste due categorie.
Teologia e geometria, il toreo puro: liturgia e canoni, rito e ortodossia.
Cesar Rincon era questo, era il toreo essenziale, era teologia e geometria, era dogma e scienza ed anche cuore e passione.

Perché ci vuole fede, per chiamare un toro da venti metri.
E ci vuole Cartesio per farlo girare, metterlo in asse, dominarlo.
Ci vuole aficion infine, cioè cuore cioè passione, per fare questo con un toro bravo, senza mentire, senza trucchi, con verdad.

Cesar Rincon pianse, il giorno del suo addio a Bogotà, pianse nell'entrare a uccidere uno dei suoi tori, con lui piansero tutti gli aficionados che erano lì nella Santa Martia, e con loro piansero in silenzio tutti gli aficionados del mondo.
Ci manca, Cesar Rincon, ci manca il suo toreo puro, e quel suo senso unico per la teologia e per la geometria senza le quali il mondo è peggiore, come diceva Ignatius.


(foto François Bruschet - Cesar Rincon, il giorno di Bastonito)