
Non inorridite, non è una repentina adesione ai folli diktat del Vaticano: sempre di tori si parla, e nello specifico di loro corna.
Le fundas sono l'idea che ebbero a Fuente Yimbro dieci anni fa, un'invenzione sotto forma di cappucci fallici con cui proteggere le corna dei tori.
Il ragionamento era semplice: perdiamo un sacco di tori all'anno perché magari battendosi o per altri incidenti che fanno parte della normale vita del campo si compromettono l'armatura, noi allora proteggiamo le corna et voilà, niente più perdite e un sacco di soldi in più.
Prima delle corride li scappelliamo, portiamo tori con le corna integre, non abbiamo resi e magari ci si spalancano anche le porte delle grandi ferias.
Va detto che sul piano imprenditoriale l'argomento non fa una grinza: e lo dimostra il numero di ganaderos che via via hanno adottato il rivoluzionario sistema.
El Pilar, o Victoriano del Rio ad esempio, tori incappucciati.
Certo qualche allevatore inorridisce al pensiero, e si rifiuta di mettere il condom alle corna dei suoi animali: Prieto de la Cal, o Palha ("è un afeitado psicologico") tra gli altri. Non ancora per tutti, per fortuna, una ganaderias di toros bravos è solo questione di soldi.
Il punto è che non si tratta qua di vasellame di porcellana o di telefonini ultrapiatti, il toro bravo non è un prodotto industriale come qualcuno forse crede (qualche aficionado compreso).
Il toro con le fundas è un toro inevitabilmente manipolato, ancora una volta e ancor di più prodotto dell'ingegno (?) umano e non più, sempre meno, paradigma e modello di una natura pura e indomita.
Il toro con le fundas è ancora un toro selvaggio?
No.
E risulta difficile pensare che il toro infundato sia ancora un avversario intatto non solo nel fisico ma anche nel morale, quando la percezione che ha avuto delle proprie corna è stata inevitabilmente falsata e pregiudicata?
I veterinari taurini di questo blog, poi, si spingono più in là e pongono dubbi tecnici di assoluta sostanza.
Ancora una volta l'idea di una fiesta autentica e perché no romantica è calpestata dalle ragioni del mercato, dall'idea sempre più prevalente che la corrida sia uno spettacolo redditizio e non una tragedia che ha giustificazione solo se autentica.
Le fundas sono una perversione che fa allibire.
E poi diciamoci la verità, i tori con le fundas sono ridicoli e fanno pena.
Animali maestosi, imponenti e autorevoli padroni del campo, incappucciati con quei preservativi come fossero patetici zimbelli di un circo di animali: che pietà.
Burladero.com ha dedicato una lunga inchiesta al decennale delle fundas, e la lettura delle dichiarazioni degli allevatori è illuminante:
1)
2)
3)
martedì 9 febbraio 2010
No ai preservativi
domenica 7 febbraio 2010
Prosegue il dibattito
Per chi vuole esercitare il proprio spagnolo, su ABC di oggi è pubblicato un decalogo di argomenti a favore della fiesta.
Qualcuno di sostanza, qualcun altro meno.
(disegno di Loky)
giovedì 4 febbraio 2010
Campo 2010

Quelli di Ceret hanno messo a disposizione sul loro sito le prime foto dei tori del 2010.
Legna ce n'è, su quelle teste...
martedì 2 febbraio 2010
Sulla bravura

Tio Pepe, le vacche sono selezionate per la riproduzione?
Che domanda! Come potrebbe essere altrimenti?
Non sapete forse che la bravura può diluirsi e anche perdersi? La bravura è un tesoro, il più prezioso di tutti.
Un allevatore può sorvolare su difetti fisici, ma per quanto concerne la bravura non sarà mai troppo esigente.
(...)
Devo pensare che la bravura non sia uniforme?
Senza dubbio. D'altronde, il concetto stesso di bravura è equivoco. Per me, per molti tra di noi, la bravura è e non può che non essere sauvagerie, aggressività senza cedimento, impulso naturale e reazione offensiva a tutto ciò che riveste l'apparenza di una minaccia o di una sfida.
Reazione naturale, ereditaria, conservata dalla selezione.
Il termine diventa equivoco quando oggi ci parlano di bravura moderna.
Strani effetti della dialettica!
Così si intende, ho paura, il contrario della bravura specifica: un cammino verso la docilità, e di cui non è difficile scorgere il livello di pericolosità.
E' comprensibile che a questa tendenza, di origini commerciali, i toreri non si oppongano ed anzi la favoriscano.
E' questa che rende possibile una faena interminabile, le lunghe serie di passi, la provocazione fine a sé stessa.
(...)
Questa ricerca della bravura moderna è dunque anch'essa opera dell'uomo?
Altroché. Gli interessi giocano la loro parte, perché si tratta così di favorire la corrida-spettacolo a scapito della corrida-tragedia. Esiste dunque, soggiacente, una volontà di dirottamento, di sviamento.
(...)
Insomma questa tendenza all'addolcimento della bravura ha per obiettivo nient'altro che proporre un toro più facile, o più docile?
E' proprio così. E' sufficiente vedere come qualche allevatore, che si è speso per preservare intatta la bravura autentica in animali dall'aspetto imponente, ha visto il proprio nome finire nella lista nera, rifiutato dalle superstar e respinto dalle seconde linee.
Perché non sbagliatevi: il toro veramente bravo, passata la soglia dei quattro anni, mette gambe all'aria la maggior parte dei toreri attuali.
Quei toreri, per farla breve, che portano il titolo di matador de toros ma che dispiegano il loro talento solo in presenza di un partner docile.
- da Aficion, de El Tio Pepe -
(foto Ronda)
sabato 30 gennaio 2010
Pasqua 2010

Ma guarda un pò, si hay toros no hay toreros, e viceversa naturalmente...
In ogni caso un sabato/domenica ricchissimo: una concorso succosa , Ana Romero e Miura in corrida e una novillada interessante.
Programma qui.
mercoledì 27 gennaio 2010
Juncal

Gli aficionados si dividono in.... toristi e toreristi ?
Si, anche, ma non è questo il punto. Il buon aficionado sa apprezzare il buon toro ed il buon torero, e spera sempre nell' eccezionale congiunzione astrale in cui essi coincidono nello stesso ruedo, e nello stesso momento, quando un buon toro ha fortuna nel sorteggio, e gli tocca un buon torero.
La vera, fondamentale differenza è fra coloro che sanno a memoria intere scene della serie televisiva Juncal, e tutti gli altri.
Il personaggio di Juncal, portato sul piccolo schermo in una riuscitissima serie di sette episodi, trasmessa nel 1989 dalla televisione spagnola TVE, nell'interpretazione del compianto Francisco Rabal, è la quintessenza della toreria, dell'essere torero e di vivere come tale, anche ( e soprattutto se) la vita è stata avara di successi professionali e personali.
Non era la prima volta che Paco Rabal vestiva i panni di un torero, lo aveva già fatto, da par suo, nei film Los Clarines del Miedo (1958), Currito de la Cruz (nella versione a colori del 1965) e Sangre en el Ruedo (1969), ma con Juncal dà vita ad un personaggio emblematico e grandioso, anche nelle sue miserie, un po' Rafael de Paula, un po' El Pana, ma senza i loro eccessi etilici.
La sua passione sono i tori, la sua debolezza sono le donne, e la sua natura di inveterato sciupafemmine segna le sue tragicomiche vicissitudini. Costretto da una fatale cornata a troncare una carriera più che onorata (che lo aveva portato anche a sposarsi con l’erede di un’agiata famiglia di Cordoba, da cui ha avuto due figli) Juncal si riduce a convivere con Teresa (Eva Penella), ostessa sivigliana di buon cuore ma di carattere, che lo mantiene, fino al momento in cui lo mette letteralmente sulla strada quando si accorge delle sue sfacciate infedeltà.
Juncal si trova costretto quindi ad affrontare una serie di patetiche peripezie, nella migliore tradizione del romanzo picaresco.
Inizialmente trova rifugio nell'umile casa di Bufalo, il lustrascarpe gitano (interpretato da Rafael Alvarez El Brujo) suo incondizionale e devoto ammiratore. Da lì parte alla riconquista della famiglia legittima, e di un tetto sicuro, spinto anche dal miraggio di poter guidare la carriera del figlio che ha deciso a sua volta di diventare torero.
La storia diviene quindi occasione di tracciare un magistrale affresco di vita taurina, e non solo, in cui compaiono personaggi indimenticabili, interpretati da un cast di attori di prim'ordine, fra cui Lola Flores (suocera del Bufalo), Cristina Hoyos, nota artista flamenca, nei panni della moglie di quest'ultimo, e con un altro grande, Fernando Fernan Gomez, sotto la tonaca del Padre Camprecio, singolare figura di prete catalano aficionado a los toros.
Il figlio di Juncal è interpretato da Luis Miguel Calvo, che era novillero nella vita reale, e tutt'ora lavora come banderillero, dopo aver recitato anche in Belmonte (1995) nella parte di Joselito El Gallo, mentre il personaggio di un oscuro maletilla è affidato al Sevillita, che sarà per anni banderillero de El Juli.
La donchisciottesca avventura di Josè Alvarez Juncal, matador de toros come ama sempre presentarsi, sembra volgere, tra mille tribolazioni, al lieto fine, fino al tragico e catartico finale nella Maestranza di Siviglia, nella corrida di alternativa del figlio.
Il regista Jaime de Arminan, aficionado di gran sensibilità, guida lo svolgersi della serie con mano sicura e ne fa un capolavoro che ebbe subito un successo travolgente, ed ha lasciato un segno profondo in tutti coloro che amano la fiesta de los toros.
L'opera è diventata un classico, un culto, un vero e proprio long seller, fin da quando fu disponibile in VHS, ed ora in DVD, tutt'ora in commercio in Spagna.
Conosco aficionados spagnoli che, nei fine settimana invernali senza tori, organizzano riunioni domestiche, per affrontare maratone-Juncal con la visione di seguito dell'intera serie, intervallata da pantagrueliche merende.
A casa mia rivederlo una volta l'anno è di rigore, e lo sarà fino al consumo totale delle videocassette.
Sono ormai diventate di uso comune alcune tipiche espressioni del protagonista quali tomo nota (prendo nota), abitualmente usata in risposta ad una affermazione che lo contraria, e quieres que te eches otro polvete? (gradisci un'altra scopatina?) rivolta all'amante di turno, quando - data l'età già avanzata del proponente - ha la certezza che la risposta sia negativa.
Indimenticabile la scena, alla fine del primo episodio, quando Bufalo mentre gli lustra le scarpe, gli racconta la mitica faena che Juncal (soprannome del torero, che significa "splendido" in lingua gitana calò) ebbe a realizzare a Puerto de Santa Maria. E' la miglior faena di tutta la tauromachia, per come viene descritta.
Per chi ancora non avesse avuto la fortuna di apprezzare l'opera, c'è una gran notizia: la visione integrale dei sette episodi (la cui sigla è un pasodoble espressamente scritto per l'occasione, e intepretato dal gruppo Vainica Doble) è disponibile gratuitamente in streaming a questa pagina.
Per cui d'ora in avanti, se qualcuno vuole essere fra quelli che la conoscono quasi tutta a memoria, non ci sono scuse.
Se non altro, è un'ottima occasione per perfezionare la propria conoscenza della lingua spagnola (sopra tutto nella sua declinazione andalusa, con qualche elemento di idioma gitano), oltre che del gergo taurino, che trascende il ristretto campo in cui è nato, e si presta magnificamente a descrivere l'intera esperienza umana.
Un’ultima annotazione: se andate a Siviglia, cercherete invano il bar di ambientazione taurina dove sono state girate molte scene. Il bar in questione esiste, ma si trova a Madrid.
- testo a cura di Marco Coscia -
lunedì 25 gennaio 2010
Anche Javier Cercas
Lui è quello che ha scritto Soldati di Salamina, intenso e aggraziato romanzo che ci porta dentro la guerra civile spagnola, dentro le sue crude brutalità e i suoi squarci di incredibile umanità.
Javier Cercas, scrittore spagnolo e docente di letteratura all'Università di Girona, è intervenuto ieri dalle colonne de El Pais nel delicato e sentito dibattito circa le prospettive abolizioniste catalane.
Come già per il suo collega Javier Marias (*), una volta chiarito di non essere aficionado a los toros, Cercas produce argomenti solidi e ragionati.
L'articolo pubblicato sul Pais, in conclusione, dice una cosa semplice.
Due ragioni, una estetica e una etica, fanno della corrida un'esperienza umana fra le più alte, un patrimonio da conservare gelosamente, e che non è bene voler negare e disperdere.
La corrida è etica, e c'è un etica nella corrida, e Cercas ce lo svela con linearità e facilmente: "uccidiamo il toro come migliaia di altri animali, ma almeno il toro non lo uccidiamo in una forma indegna dopo averlo obbligato a vivere una vita indegna (i polli di allevamento vi dicono qualcosa? ndr), ed anzi gli viene reso onore prima di ucciderlo e dopo avergli permesso una vita felice e di morire dignitosamente e nobilmente, combattendo".
Un altro appoggio alla difesa della fiesta, autorevole e lineare.
Bene.
Rimane un solo dubbio: perché ci devono pensare Marias e Cercas, che premettono di non amare particolarmente le corride di tori, a costruire barricate per assorbire gli attacchi proibizionisti?
La nobile lista che tutti sappiamo recitare a memoria, Picasso-Hemingway-Goya, riferimenti che tanti hanno usato per sostenere uno statuto culturale alla tauromachia, è oggi sterile?
Tra gli uomini di cultura, tra i grandi uomini di cultura, nell'arte, nella letteratura o altrove ancora, non albergano più aficionados?
(foto Ronda - Riflesso)

