giovedì 29 dicembre 2011

Quatto uomini e quattro tori

Capita, nella corrida, che un toro con qualità superiori incontri, negli ultimi suoi venti minuti di vita, un torero ispirato, o determinato, o capace. E viceversa.
E' fatto raro, lo sappiamo, ma quando questo accade allora ecco che la corsa dei tori diventa davvero un'esperienza umana grande e senza pari: si sfiora il sublime, il tempo si ferma, quei valori che la corrida intrinsecamente anela si fanno veri ed eterni.

Per quattro volte, quest'anno, abbiamo benedetto la mano della dea bendata che aveva guidato il sorteggio: per quattro volte ci siamo seduti all'arena e abbiamo visto quel toro, proprio quel toro, cadere nelle mani di quel torero, proprio quel torero.

Sono evidentemente i ricordi migliori di questa stagione.
David Mora e Perseguido, Ivan Fandiño e Podador, Javier Castaño e Cortesano, Morante e Cacareo.
Doppia-doppia coppia, se i pokeristi ce lo concedono.
Quattro confronti emozionanti e differenti, quattro modi di intendere il toreo e il toro, quattro momenti alti di tauromachia autentica.

Nella pampa della Crau, David Mora ha trattato Perseguido di Cebada Gago, che poco prima si era lanciato tre volte nel cavallo, con autorità e scioltezza. Toro da meritata vuelta, Perseguido metteva la testa bassa e si catapultava nella muleta con un appetito straordinario: il torero toledano gli offriva un gioco arioso e ispirato, sempre tenendo salde le redini del comando: a destra la giostra volteggiava a velocità pazzesche, a sinistra Mora piegava la carica del toro al suo volere.
Un'ottima stoccata chiudeva una faena geometrica, autoritaria e insieme aggraziata.

Gli assordanti olé di tutta Las Ventas non hanno messo in soggezione Ivan Fandiño, il 2 di giugno.
Mentre a casa nostra si festeggiava la Repubblica, lì sulla sabbia di Madrid Fandiño e Podador festeggiavano insieme la grandezza della corrida: piedi saldamente piantati per terra, il petto esposto, la mano salda, l'uomo capiva che per canalizzare tutta quella rabbia selvaggia ci volevano fermezza e volontà assolute. Sottoposto a questa cura, Podador certo non si spegneva: dopo due picche di forza, nell'ultimo atto il toro di Cuadri ancora schiumava furia e combatteva.
Ivan Fandiño, quel giorno davvero straordinario, costringeva Podador al suo volere, andando a chiudere un paio di progressioni con un pecho enorme e indescrivibile.
Tutta l'emozione di cui è capace la corrida concentrata in dieci minuti di verità: casta, coraggio, bravura, autorità.
Brividi.
Un'orecchia al torero, una grossa ovazione al toro dopo una faena maschia e selvaggia.

Ci mancava quel recibiendo inaspettato e folle, per chiudere il miracolo di Castaño a Ceret.
Gli Escolar Gil sono tori che pretendono molto da chi li affronta, vogliono che le cose siano fatte bene: altrimenti, castigano subito. Cortesano era un Escolar di quelli duri, le assi dell'arena tutte timbrate, tre picche con slancio, casta a fiumi. E nella muleta, un carrarmato.
Certo Castano rimarrà un pelo sotto le possibilità di quel toro meraviglioso, ma quanta classe, quanta abnegazione, quanta sincerità nei suoi gesti! La fiesta in tutta la sua grandezza, un toro bravo e un torero de verdad, per una faena ancestrale.
Due orecchie a Castano, giro d'onore per Cortesano, giro d'onore per il picador: il tutto a Ceret, dove vale doppio.

Infine, l'arte.
Cacareo chissà che cos'era, Cacareo è stato un mistero quel giorno a Bilbao e ancora lo sarà per sempre nei ricordi di chi c'era. Nessuno sa cosa, davvero, avesse dentro quel toro.
E solo un uomo, il 23 di agosto, l'aveva capito. Non ha senso raccontare ora quella faena, forse meglio ricordare l'eccitazione della gente che si agglutinava fuori dall'arena, all'uscita, per parlare, toccarsi, guardarsi negli occhi e ridere, o rimanere muti, o incantarsi con lo sguardo al cielo. L'aria elettrica in quei crocchi improvvisati e la frenetica mutevolezza di quei capannelli, due parole con un amico, poi tre passi per raggiungerne un altro, poi ancora in un nuovo gruppetto. Per dire, subito e con il cuore ancora in fibrillazione, di quella faena barocca, di quei gesti gitani, di quel Nuñez del Cuvillo indecifrabile, di quel braccio alzato, di quella serie a sinistra impensabile, di quegli olé, di quella spada.
Di quell'apoteosi, a Vistalegre.

Ecco.
Quattro uomini e quattro tori.
Grandi.



(foto Juan Pelegrin - Fandiño il 2 giugno a Madrid)

martedì 27 dicembre 2011

El Fundi se ne va


La prima volta che ho visto El Fundi c'era il sole di settembre, l'aria era tiepida e profumata, ed eravamo arrivati all'arena dopo un pranzo lungo e piacevole: alle cinque del pomeriggio El Fundi in mezzo all'arena era solo e vestiva di verde, sua moglie sugli spalti vestiva di verde, e tutti si chiedevano come avrebbe trattato i sei tori che lo aspettavano schiumanti nelle loro cellette.
Era la prima volta che assistevo ad una corrida concorso e alla fine pensavo che quello, con un uomo solo, fosse il modo unico per mettere davvero in competizione sei ganaderias.
A dire il vero, alla fine della corrida più che altro pensavo che El Fundi era un torero con due palle così, affascinante e sincero, maschio e deciso: liquidò i suoi opponenti con un totale di sette spade (un pinchazo all'ultimo toro lo privò del percorso netto), valorizzò al meglio un Tardieu superiore, si occupò delle sue responsabilità per tutta la corsa e uscì in trionfo tra gli applausi degli aficionados.

Era la feria del Riso di Arles del 2006, e quel breve ciclo fu anche l'occasione per vedere all'opera, per la nostra prima volta, Juan José Padilla.
L'uno di Fuenlabrada, l'altro di Jerez, due tauromachie diverse ma unite dalle muletas offerte ai tori duri e armati e encastados che sempre si sono digeriti: ci è capitato di incrociarli ancora parecchie volte sulla strada delle ferias, El Fundi magistrale con un Miura nel 2008, Padilla sempre indeciso tra fanfaronerie e lidias classiche e precise.

La prossima stagione El Fundi sfilerà per l'ultima volta i paseillos delle arene spagnole e francesi, Padilla chissà se riuscirà a vestirsi ancora di luce.
Tutto questo farà, di quello che sta per iniziare, un anno triste.


(foto Ronda)

domenica 25 dicembre 2011

Auguri


Ai ganaderos che allevano tori di origini dimenticate, tori selvaggi, tori integri e che perciò tengono in vita la corrida. Agli aficionados barcellonesi, che scopriranno in Ceret la vera Catalogna taurina. A Miguel Reta e Loulou Tardieu, ganaderos gentiluomini. A quelli che ancora scrivono pasodobles taurini. A José Prados El Fundi, ché se ne va un torero e di toreri in questo momento c'è molto bisogno. A Cuadri, che porti ancora una corrida così a Las Ventas, l'anno prossimo. A Ponte alle Grazie, che ha avuto proprio una buona idea a pubblicare quel libro. Agli appassionati di Madrid, perché se arriva Simon Casas ne hanno molto bisogno. A tutti i fottuti antitaurini, perché se al mondo c'è posto per i fascisti, c'è posto anche per loro. A Robleño. Ai lettori di questo blog, con un grazie speciale. Alle fanfare che allietano la festa. A tutte le arene di provincia minuscole, polverose e sperdute dove la corrida è, semplicemente, una cosa vera. A tutte le cameriere e bariste che ancora ci serviranno pastis, birrette, copitas e tutto. A chi fuma il sigaro all'arena. Ai club taurini che difendono l'integrità della fiesta. Ai miei amici, quelli che cucinano il bonet e il cocido, quelli del pullmino per Saint Martin e dei pranzi dal Pana, quelli che il Maestro è il Maestro, quelli dei pomeriggi insieme all'arena e delle ciocche alla sera.
E a quella che voleva questo post per limonare un pò.


(foto Ronda)

martedì 20 dicembre 2011

Filosofia e tauromachia





"Si può filosofare di ogni cosa, perché filosofia è tutto ciò che non è altra cosa: botanica, filologia...o tauromachia. Quando terminano le questioni proprie di queste scienze o arti, e se si continua comunque a interrogarsi, si sta facendo filosofia.
Filosofia diventa ciò di cui parlano sul toreo tutti quelli che non toreano."

José María Pemán


A questa pagina trovate un interessante studio di una trentina di pagine sulla relazione tra filosofia e tauromachia, ad opera di Julia Rivera Flores, giornalista.
Da scaricare, stampare e leggere assolutamente, e valga come modesto pensierino natalizio.

(foto Ronda)



domenica 18 dicembre 2011

Noi che andiamo ai tori


Non va tutta ai tori, la gente che si incontra per la strada di Alcalà la domenica pomeriggio. C'è chi va, purtroppo, alle partite di calcio, c'è chi va al cinematografo.
Però noi che andiamo ai tori, noi non siamo, di faccia, come gli altri. Fra noi, clienti delle corride, ci siamo sempre riconosciuti dal volto, dagli occhi, dai gesti, dal modo di camminare.
Ai tori si va pensosi ed allegri; preoccupati e soddisfatti della propria preoccupazione.
La fine della corrida non è che la piacevole risoluzione di un felice affanno. Talvolta si va alla corrida in uno stato di ipnotistmo, quasi di allucinazione o di incubo al quale non si ha voglia di ribellarsi.
E' troppo caldo. Talvolta ci si trova all'ingresso di una plaza quasi senza averlo voluto. Bè, sarà bella, come diceva Belmonte, la vita dei toreri, però dico io, è ben bella anche la vita di noi aficionados...
Quell'andare ai tori, a los toros, quando è caldo, quando è il sole è imponente, quando ribolle l'asfalto delle strade...

In fondo, a parte la passione per la corrida, che cosa significa essere aficionados a los toros?...Non so, non lo so con esattezza.
Ma a me, straniero, sembra che significhi, fra l'altro, saper bere certi tipi di vin bianco, saper fumare un'avana, saper ascoltare certe notturne canzoni, saper gustare certe danze.
Solo per convenzione la stagione delle corride va dalla primavera all'autunno e le corride cominciano alle cinque del pomeriggio.
Cercando, la corrida si incontra in spagna, appisolata o deserta, a tutte le ore, in tutti i punti.
Però bisogna sapersi muovere entro il labirinto dell'anima spagnola.
Ecco: essere aficionado credi significhi, per uno straniero, mettersi in condizione di sapere andare per gli antri dedalei dell'anima spagnola senza dubbi e timori.
Credo significhi sentirsi dentro la Spagna come nel proprio letto, un letto di piume, tiepido, soffice, un letto pieno di sogni.
La Spagna non sarà mai ostile a un aficionado; però, per esserlo, è necessario sentire qualcosa come l'attrazione canora di certi sobborghi di Cordova e di Siviglia ed il richiamo e l'odore di Puerta del Sol e di certe straduzze di Madrid: calle Echegarray, calle Principe, calle della Victoria.


- brano liberamente tratto da Volapié di Max David, ed. Bietti -


(foto Ronda)

sabato 17 dicembre 2011

Tori duemiladodici


Vic Fezensac, terra del toro, ha scelto un ampio ventaglio di encastes per i suoi allevamenti per l'anno prossimo:
- novillada mista con bestie de L'Astarac e di Lartet
- corride di Flor de Jara, La Cruz e Escolar Gil
- concorso con Carriquiri, Moreno Silva, Fidel San Roman, Esteban Isidro, Alcurrucen e El Tajo

Pamplona pure ha completato l'elenco ganadero per San Firmino: JP Domecq, Miura, Victoriano del Rio, El Pilar, Fuente Ymbro, Dolores Aguirre, Cebada Gago, Torrehandilla

Per Siviglia le notizie sono ancora ufficiose, per un elenco nutrito nel quale spiccano la novità di Cuadri e JP Domecq e le conferme di Miura, Nuñez del Cuvillo e Jandilla, e poi ancora Fuente Ymbro, Alcurrucen, Garcigrande, El Pilar, Jandilla e tutte le sfumature del commerciale.

Quelli di Bilbao infine hanno dato un'occhiata nel campo bravo, e dopo una prima scrematura sono quattordici i ferri individuati: è da questi che usciranno i nomi per la prossima settimana grande. Tra gli altri , El Tajo y la Reina, La Quinta, Victorino Martin, Adelaida Rodriguez e, ça va sans dire, Nuñez del Cuvillo.

Dei tori di Cuadri (senza fundas) previsti per Siviglia, già un paio si sono guastati nel campo.
Nuñez del Cuvillo (con fundas) porterà all'arena, quest'anno, 23 corride ossia 138 tori.


(foto Ronda - Escolar Gil a Vic)

mercoledì 14 dicembre 2011

Ceret de toros, 2012


Oggi l'Adac ha confermato i rumor che circolavano negli ultimi giorni:


Sabato 14 luglio, corrida di José Joaquín MORENO DE SILVA - Encaste : Marques de Saltillo Dimanche

Domenica 15 luglio (mattina), novillada di Herederos de José Maria ESCOBAR et de Mauricio SOLER ESCOBAR - Encaste : Conde de Santa Coloma via Graciliano Pérez Tabernero et Joaquín Buendía Peña.

Domenica 15 luglio
, corrida di José Escolar Gil - Encaste: Albaserrata (Fernando Robleño unico espada).

Qua i tori.

(foto Ronda)


martedì 13 dicembre 2011

Olé tus huevos


Il dieci luglio di quest'anno a Ceret l'aria era umida, il cielo ingrigiva di foschia il panorama sui monti, e l'arena era piena.
Rotta la sfilata iniziale, Fernando Robleño usciva dal corridoio e andava a raccogliere l'ovazione del pubblico: dieci anni di tori nella plaza catalana sono un evento da omaggiare e ricononoscere.

Un'oretta e mezzo dopo, quello stesso torero si metteva in mezzo alle corna di Castellano e lo obbligava ad una serie di passi naturali pazzesca per sincerità e profondità: una cannonata la spada, una deflagrazione il descabello, orecchia e ovazione al toro di Escolar Gil.

Dicono che Fernando Robleño sarà ancora sotto ai Pirenei, l'anno prossimo, per affrontarne da solo sei, di quegli Escolar Gil.

Respect.


(foto Ronda - Robleño a Ceret quest'anno)

domenica 11 dicembre 2011

Ai miei amici


Perché per alimentare l'aficion ci vogliono tre cose: toros bravos, toreri ispirati, e gli amici con cui condividere un cocido una domenica di dicembre.


"No me hable usté
De los banquetes que hubo en Roma,
Ni del menú del hotel Plaza en New York,
Ni de faisán, ni de los foiegrases de paloma,
Ni me hable usté de la langosta al thervidor.

Porque es que a mí sin discusión me quita el sueño,
Y es mi alimento y mi placer,
La gracia y sal que el cocidito madrileño
Le echa el amor de una mujer."

sabato 10 dicembre 2011

Dai diamanti non nasce niente







“Quiero brindar ese toro, mi último toro de mi vida de torero en esta plaza, a todas las daifas, meselinas, meretrices, prostitutas, suripantas, buñis, putas, a todas aquellas que sacieron mi hambre y mitigaron mi sed cuando “El Pana” no era nadie, que me dieron protección y abrigo en sus pechos y en sus muslos base de mis soledades. Que Dios las bendiga por haber amado tanto. Va por ustedes”.



giovedì 8 dicembre 2011

Tempi cupi


La mascherata di Quito è finita, deo gratias.
Rose al posto delle orecchie, tori che lasciano vivi la pista e vengono finiti nel buio delle cellette, aficionados indignati, indulti a catafottere: la fiesta senza la messa a morte, la morte della fiesta.

Il peggio del peggio i toreri e soprattutto le figuras che si sono prestate a questa schifezza: Ponce, Talavante e Castella in primis.
Gente che baratta l'integrità e il futuro della corrida con qualche mazzetta di dollari.

Castella, d'altronde, ha dichiarato un paio di giorni fa che alla plaza lui va a toreare, non a uccidere un toro.

Senza vergogna.

martedì 6 dicembre 2011

Aurelia e Lebriero

Era l'8 luglio del 1939 e la grande giostra di San Fermin riapriva le danze dopo la parentesi della Guerra Civile.
Il mortaretto aveva annunciato la partenza dell'encierro da un paio di minuti, e Liebrero, di Sanchez Cobaleda, ebbe vita facile contro quelle assi che per tre anni erano state lasciate all'incuria e mai revisionate: in un attimo si aprì un varco e fu addosso alla gente.

Questa immagine incredibile fissa il momento perfetto, l'esatto istante prima della deflagrazione dei corpi, uomini tesi nel movimento della corsa, il toro quasi immobile in punta, e la bambina in equilibrio su una gamba sola, con la testa solo poco girata per sbirciare dietro.
Chissà cosa può pensare una bambina che avrà quanti, sette o otto anni?, mentre scappa da due sciabole impressionanti come quelle. Chissà se c'è spazio per l'angoscia, nei suoi pensieri, per il terrore della morte, o se tutto vibra e muove per un solo fine: fuggire.
Correre, e basta.
Aurelia si chiamava la piccola, e più tardi raccontò di aver sentito la punta di un corno sfiorarle la schiena.

Si era dalle parti tra l'Estafeta e la Telefonica, e Liebrero fece semplicemente il suo dovere di toro: seguì fino alle assi il mozo che lo aveva sfidato, trovò una resistenza ridicola nel legno marcio e sfondò.
Proprio lì dietro stava Aurelia, i suoi fratelli e anche sua madre, Clara Herrera.

Clara Herrera è lì a sinistra nella foto, a terra, la si indovina terrorizzata e incapace di rialzarsi, travolta dalla gente schizzata ovunque per ripararsi.
Liebrero, dopo aver solleticato Aurelia, troverà con le corna il corpo di Clara, e finalmente potrà sfogare rabbia e adrenalina. Clara Herrera è con ogni probabilità la prima donna incornata in un encierro pamplonese.
La donna fu ferita gravemente al perineo, e solo la perizia dei medici già sul posto le evitò il peggio: se la cavò con un mese di ospedale.

Fermatosi forse per rifiatare, giusto davanti ai botteghini della taquilla, Liebrero entrò nel mirino della pistola di Cipriano Huarte, un poliziotto in servizio proprio in quel tratto dell'encierro.
Al quale poliziotto però la pistola scivolò di mano, forse per la tensione, esattamente in quel momento.
Con gesti lenti e misurati, per non irritare l'animale, Cipriano si chinò, raccolse l'arma e questa volta sparò.
Un colpo secco, Liebrero a terra.
Una pallottola in mezzo agli occhi per chiudere una corsa da incubo.

Aurelia Herrera ancora oggi racconta con angoscia quei momenti e confessa di svegliarsi, di tanto in tanto, in preda agli incubi.
Dall'anno dopo a Pamplona fu montata una doppia recinzione, e la leggenda vuole che Cipriano Huarte qualche tempo dopo sposò quella ragazza bruna che corre via dal toro, nella parte bassa della foto.


(la foto è di Juan Galle; la storia la racconta anche Zocato, ma facendo confusione sulle identità delle due donne)

domenica 4 dicembre 2011

Tutto il tempo





"Todo tiempo que no dediquemos a ver toros o hablar de toros, es tiempo perdido"


Fernando Claramunt Lopez



(foto Ronda - Alcurrucen a Cenicientos)



giovedì 1 dicembre 2011

La cena del Signore


- E nella valigetta?
- Oh, beh, documenti, solo documenti.
Già, solo i miei documenti. Documenti di lavoro.

- Che lavoro fa?
- Sono disoccupato.


Capita che anche a Bilbao spunti il sole, un qualche giorno della settimana grande, e che la città sbocci come una margherita di primavera lasciando le sfumature del grigio nell'armadio e vestendosi di toni vividi e sgargianti.
Bilbao a colori è anche una bella città, e passeggiare senza meta per una bella città è fra le attività che l'aficionado preferisce, quando non è ai tori: la luce che illumina la gran via accende le facciate ora policrome dei palazzi e rende più lieve l'attesa, onora la festa e prepara alla funzione pomeridiana, esorta a uscire presto e camminare.

L'albergo è dalle parti di Vistalegre, scendiamo avanzando piano verso il Nervion: non c'è fretta, l'aria è calda e piacevole, la città si sta risvegliando dopo la notte di festa e ragazze e uomini con il foulard blu e bianco si incrociano per le vie a impiegate e operai trafelati.
Café e pintxo: sul giornale la cronaca della miurada di ieri è impietosa, la cameriera del bar non è bella ma ha un sorriso gentile e schietto, la televisione appesa nell'angolo del locale trasmette le immagini di un video reggaeton. Credo di non sopportarlo, il reggaeton, tantomeno se me lo ritrovo anche nei Paesi Baschi, eppure ogni volta non riesco a tener ferma la gamba e mi trovo a tambureggiare ritmicamente con le dita sul tavolo. Fottuto reggaeton.
Inoltrarsi per le vie della città è come entrare nella casa di qualcuno che dà un party: prima si è accolti sulla porta, poi l'ingresso dove lasciare le giacche e dove già arriva l'eco della musica e degli schiamazzi, poi la cucina dove è imbandita la tavola e dove sono stappate le bottiglie, a finalmente la sala dove gente balla e beve ed è allegra.
Giganti e testoni, tamburi e pifferi, frittelle e bicchieri che brindano: più ci avviciniamo ai quartieri vecchi più la festa si impossessa della città, più i volti delle persone sono rilassati e felici, più ad ogni angolo suona una musica, ad ogni crocevia c'è un bar che distribuisce bevande, più la vita è semplice e bella.

Seguiamo il ritmo e il vocìo, arriviamo al Café Iruña. Il suo salone liberty e gli specchi e il lungo bancone zeppo di tapas e bottiglie sono un inno alla joie de vivre, la tentazione alla sosta eterna, la sublimazione di tutto quello che è, veramente, necessario: il vino, la compagnia, un bel posto. Basta questo, per vivere bene.
E' mattino inoltrato, la birra a quest'ora scende fresca e inebriante; di fianco a noi tre signore già stanno ordinando piatti di prosciutto e merluzzo, e le finestre del caffé affacciano su un giardinetto che trasmette un'idea di pace e serenità assolute. Finiamo la birra, andiamo a vedere.
La piazzetta in effetti è deliziosa, uomini anziani stanno sulle panchine a far girare stancamente il bastone fra le dita, qualcuno legge il giornale, passa una ragazza che fa jogging con le cuffiette nelle orecchie. Chissà perché questo quadro perfetto ci fa balenare un pensiero: ci sono i tori oggi. Come una folgorazione. E' incredibile quanto in una giornata di corrida il pensiero vada, in ogni momento e in ogni situazione, ai tori, a immaginare quell'istante perfetto in cui le due corna sbucano dal nero del corridoio, a vibrare per le note del paseillo che già ronzano in testa, a sognare una serie di naturales rotonda e magica.
In una giornata di corrida, in ogni momento si pensa ai tori.

Quasi all'angolo con quei giardinetti, nascosta in una viuzza anonima, sta una chiesetta: l'interno è come la facciata, sobrio e discreto. Il silenzio è rotto solo dai suoni di un organo che riproduce canoni barocchi, sul fianco destro un paio di persone aspettano il proprio turno per inginocchiarsi al confessionale, la luce è fioca. San Vicente Martir de Bando.
Sulla fiancata sinistra un pannello notevole, un trittico a suo modo cupo e onirico, una composizione che tiene insieme classicità e sfrontata innovazione, concepita e narrata con un linguaggio pittorico che non ti aspetteresti in una chiesetta così.
Rimaniamo lì di fronte qualche minuto, finché tutto improvvisamente non assume una dimensione trascendentale.

E' che a un certo punto entra un raggio di sole e va illuminare una cappelletta, poco più avanti, scavata lì nella navata sinistra. C'è un arazzo, guardando meglio si scopre che è un murales. Impossibile non rimanerne affascinati. E' la rappresentazione dell'ultima cena, si sviluppa in verticale e le dimensioni sono imponenti, ci avviciniamo per vedere meglio, sedotti dalla scelta del colore: il gioco è tutto sui toni del granata per un risultato insieme elegante e austero, e quella luce che ha al suo centro fa pensare ai quadri di Rembrandt. E' un'opera che suggerisce rispetto.
Finché vediamo.
A impersonare Gesù Cristo, proprio in alto al dipinto, c'è il Drugo.
Lebowski.
Nell'Ultima Cena di Iñaki García Ergüin 1, il Drugo è Cristo, Gesù è Lebowski.
La folgorazione è inevitabile, ci raccogliamo e ammiriamo.
Il Drugo è il più grande pensatore dei nostri tempi e l'unico vero Messia che dobbiamo ascoltare e seguire.
Lì, finalmente, è al posto che gli compete.
E in quel calice c'è del white russian, su questo non ci sono dubbi.

Non so quanto tempo passiamo, lì in meditazione, e poi usciamo, pacificati e pieni.
Qualche ora dopo Urdiales e Tejedor, di Fuente Ymbro, daranno spettacolo.

Obladì, obladà.



1. benché qui in famiglia le opinioni siano contrastanti e abbiano già indotto alla lite senza quartiere, a chi scrive le opere di Erguin piacciono. Le si trovano qua, e già pure un blog amico ne aveva parlato grazie al fatto che il pittore non disdegna tematiche taurine.

(foto, mossa, Ronda - "Cena del Señor" in San Martir de Abando)

lunedì 28 novembre 2011

Non state in pena


"Che l'aficion non abbia pena per questo torero: lotterò l'inverosimile per vestirmi di nuovo da torero, perché è questo il mio sogno.
Ci rivedremo nella plaza de toros."

Tutte le parole di Padilla di quest'ultimo mese andrebbero fatte imparare a memoria ai nostri calciatori.


(foto Ronda - Padilla ad Arles, 2009)

domenica 27 novembre 2011

Un'estate con José Tomas


Dal rientro di Valencia all'ultima di Barcellona, passando per Bayonne e Nimes:
a questo link un interessante reportage video sull'annata di José Tomas.
Di quelle cose che vanno bene per queste serate di nebbia.



(nell'immagine, un'opera di Sylvain Fraysse)

venerdì 25 novembre 2011

Vent'anni

Il 25 novembre del 1991 Christian Montcouquiol è stato per l'ultima volta Nimeño II.
Per l'ultima volta torero.
Il 25 novembre del 1991, torero, Christian Montcouquiol si è ucciso.

"Messico, marzo 1982. Al secondo pinchazo, Christian scuote la testa, chiude rabbiosamente il pugno e va a riprendere la spada che il banderigliero gli sta porgendo.
Si rimette di fronte al toro, la spada puntata al garrese, e il suo viso si fa duro.
Lascia cadere la muleta ai suoi piedi, come un tappeto sul quale marciare per andare a gettarsi tra le corna, seppellendo la spada per intero.
Lo scontro è violento. Christian è sollevato da terra, ma si raddrizza e si immobilizza, le braccia alzate, intanto che il toro per un istante si paralizza, tossisce, abbassa la testa, trema e poi cade pesantemente su un lato, morto.
Christian chiude gli occhi un seconto, e li riapre per vedere tutto il pubblico in piedi."

Il 25 novembre del 1991 era un lunedì. L'alba di un'altra settimana senza poter tornare ad essere Nimeño II: Christian Montcouquiol si è ucciso un lunedì, senza più speranze, appeso a una corda come era stato per tante volte appeso alle corna di un toro.
Un lunedì di novembre è il giorno migliore per togliersi la vita, se sai che la tua vita non sarà più quella che hai prima sognato e poi conquistato.
Se sei stato torero ed ora, solo, uomo.

"Quando Victor Mendes è rimasto steso sulla sabbia, raggomitolato nel dolore, hai dovuto pensare che oltre al toro che l'aveva appena ferito tu avresti dovuto affrontare anche tutti quelli di questa corrida, cominciata così male. Il tuo desiderio mai realizzato di toreare da solo sei tori era qua, ora, nell'emergenza e nella paura.
Tutti si affollano nervosi attorno a te, angosciati per la dura prova che dovrai affrontare. Tutti ti parlano, ti consigliano, ti incoraggiano, ma tu non ascolti.
Le tue palpebre si fermano per qualche secondo, respiri lentamente, alzi la testa e volgi quel tuo sguardo terribilmente tranquillo verso il toro, là in fondo, al quale poi ti avvicini elegantemente, come estraneo a tutta l'inquiedutine che ti attornia.
Immobile tra le raffiche di vento, non ti muovi, il toro sfiora il tuo corpo, si avviluppa attorno a te, si volta veloce contro le tue gambe e i passi si susseguono gli uni agli altri malgrado la violenza delle cariche ripetute e potenti che potrebbero travolgerti. Il trionfo già lo senti, nel mormorio del pubblico, nelle grida dei tuoi subalterni: Bien Christian! Bien torero!"

Torero. Nimeño II era un torero gentile. Christian Montcouquiol un uomo coraggioso e vero. Tanto coraggioso e vero da sapere che senza quel maledetto braccio sinistro che non ne voleva più sapere di funzionare, di reggere la muleta, di aspirare le cariche di un toro, la sua vita poteva finire.
Il destro è il braccio che affonda la spada, il destro è il braccio che ha costruito il cappio e poi l'ha arrotolato attorno al collo.
Era il 25 novembre del 1991, quel giorno Nimeño s'est pendu chez lui, dans son garage.

"Arles, domenica 9 settembre 1989, ultima corrida della feria delle Primizie del Riso. Christian è fermo all'entrata del burladero. Io sono dietro di lui. Non leviamo gli occhi dal toro, e commentiamo a voce bassa la faena d'El Boni e le reazioni del Miura. Di tanto in tanto, quando il torero sembra in pericolo, Christian trasale, e le sue mani si copntraggono sulla cappa. Lo sento pronto a scattare.
- Il toro lo cerca!
Siamo a metà della corrida, Christian e Victor Mendes hanno affrontato ognuno il proprio primo avversario. El Boni si avvicina adesso alla barriera per prendere la spada. Il suo viso gronda di sudore, ma c'è felicità nei suoi occhi, perché sa di aver toreato bene.
Tra pochi minuti uscirà in pista un grande toro grigio. Mi fa già paura, ma ancora non so che è quello che temo da sempre, quello che stroncherà mio fratello e trasfomerà il sogno in incubo.
Fin dal mattino, Christian sa che il toro è impressionante, e che il pubblico attende con impazienza che esca.
Si gira allora verso di me, e sorridendo mi dice:
- Fortunatamente io sono sereno, nell'arena."

Alain Montcouquiol ha visto suo fratello bruciare per la passione ai tori, vestirsi di luce in Europa e nelle Americhe, e poi di passione ai tori decidere di morire.
Ne ha scritto in un modo talmente vero e sincero da essere straziante e altissimo, in due libri straordinari: Recouvre-le de lumière (dal quale sono tratti i brani qui sopra) e Le sens de la marche.



(foto Ronda - Nimes, statua di Nimeño II)

lunedì 21 novembre 2011

Giovani fotografi

Los desperfectos


La foto qua sopra è straordinaria.
Ci si potrebbero perdere giornate intere a immaginare: dove ha messo il corno il toro, se quel torero avesse in mano la capa o la muleta, le banderiglie o la spada, se ne valeva la pena.
A immaginare cosa pensa la signora in barrera a sinistra di quelle due calze rosa, che lo spavento deve averla folgorata e il suo volto ora sembra quasi deformato in una smorfia di riso.
Cosa ricorderà di quel momento la bambina lì a destra, impietrita e terrorizzata.
Se quell'uomo nell'angolo più lontano salterà la staccionata o no.

Sta di fatto che foto sui tori se ne vedono parecchie, ma che abbiano la stessa potenza di evocazione, la stessa forza, la stessa magnetica bellezza francamente se ne trovano poche.
L'ha scattata Rubén Arévalo, di Salamanca: un giovane fotografo aficionado che ha una sensibilità artistica rara e particolare, e che è capace di cristallizzare istanti unici.
Il suo sito va visitato, e forse meglio ancora la sua pagina Flickr dove la collezione è più completa.

Di Madrid è invece Fran Jimenez, altro giovane fotografo taurino al quale non è difficile prevedere un futuro da fuoriclasse.
Ora, non è sufficiente avere una buona macchina e piazzarsi nel callejon per ottenere dei buoni risultati: per tirare fuori istantanee così dense e complete come le sue, così affascinanti, insomma bisogna avere occhio e cuore.
La sua pagina web strabocca di fotografie notevoli, chapeau.


(foto: Los desperfectos, di Rubén Arévalo)

sabato 19 novembre 2011

Genesi della corrida moderna

Il Jean-Pierre Darracq di Genèse de la corrida moderne è un pò come quei vecchi zii, rugosi e burberi, che si andavano a trovare la domenica pomeriggio: avari di affetto e carinerie, mai una caramella o un dolcetto ma sempre pronti a riprendere, sgridare, criticare borbottando quei nipoti che a tradimento gli avevano invaso la casa. E però, anche, capaci di infilare in quella sequela di lamenti e strapazzate alcuni ammonimenti o alcune raccomandazioni di quelle universali e perfette.

I sedici capitoli della Genesi raccolgono in un unico volume gli altrettanti articoli del Tio Pepe che Toros pubblicò tra il 1989 e il 1990: in essi il decano degli aficionados francesi, partendo dalla codificazione che ne fece Francisco Montes Paquiro a metà del XIX° secolo, illustra la corrida nella sua evoluzione. Ma questa genesi non è altro che il punto di partenza che permette all'autore di costruire un nuovo impianto disciplinatorio della corsa dei tori, un sistema di norme e buone pratiche per garantire l'integrità della pratica taurina.

Il libro è un manifesto dell'ortodossia: nessuna concessione al toreo di profilo, alle faenas che contino più di venti passi, al toro commerciale. La Genesi è un'opera che fissa canoni rigorosi e ferrei, che indica la strada per realizzare la verità nella corrida, che vuole crescere aficionados responsabili e consapevoli.
Certo alcune rigidità lasciano perplessi, e la foga con cui l'autore si accanisce contro l'uso del derechazo lascia senza parole ed è addirittura irresistibile: ma come quei rimbrotti o punizioni che i genitori somministrano ai bambini dicendo loro "un giorno capirai" (e in effetti prima o poi arriva, quel giorno), così il testo di Darracq è una ramanzina in forma di saggio le cui portata e importanza i più giovani lettori forse non comprenderanno subito, ma di cui faranno certo tesoro nel corso della propria vita di aficionados.

Da leggere.
E come ogni cosa del Tio Pepe, poi, da rileggere.

mercoledì 16 novembre 2011

Il toro a Bologna


Tra la primavera e l'estate del 1923 alcune città italiane furono le tappe di una tournée di corride nel Belpaese: tra queste anche Bologna in due riprese, e dove il 27 maggio vennero fatti correre (come ci dice Giorgio Ponticelli) dei torelli di Antonio Fuente.
Si incaricò Fermin Munox Corchaito di "banderigliare e dare la morte" ad uno di questi.

Oggi giovedì 17 novembre presso il Café de la Paix in via Collegio di Spagna, Bologna sarà di nuovo terra di tori: qui, alle ore 18, Matteo Nucci presenterà il suo libro Il toro non sbaglia mai.

Emiliani, romagnoli, e tutti quanti sono avvisati.


(acquerello di Daniele Gay)

domenica 13 novembre 2011

Finalmente



giovedì 10 novembre 2011

L'aria fresca del campo





Quando penso al campo bravo la prima cosa che mi viene in mente è l'aria fresca.
Non i tori, che pure sono di assurda e abbacinante bellezza, non l'erba verde e croccante, non le lepri che guizzano nei prati, gli aironi e le aquile, i rivoli d'acqua e i querceti.
Non le rughe degli uomini che vivono per i tori.

Quell'aria è la prima cosa che ricordo.
Un'aria leggera, che punge sottile, che scuote.
Fine, profumata, effervescente e delicata.
E fresca, l'aria dove i tori pascolano è sempre fresca.

Quell'aria c'è solo al campo: chi non l'ha mai respirata, chi non l'ha mai sentita solleticare il volto, non sa quanto sia grande la corrida.


(foto Ronda - ganaderia di Sagrario Huertas)


lunedì 7 novembre 2011

Elogio del sapone







L'oggetto più bello e più pulito di questo mondo è il sapone ovale che solo odora di sè stesso.


Inizia così Elogio del sapone di José Emilio Pacheco: chissà se il poeta messicano nell'ispirarsi alle virtù della saponetta aveva pensato che un giorno quelle parole sarebbero finite sui blog taurini.
E pure, leggendo alcuni brani di quell'elegia, è impossibile non andare con la mente e subito all'arte dei tori:


"Mentre mi rado ed ascolto un concerto di musica da camera, mi nego di ricordare che tanta bellezza soprannaturale, la musica diventata schiuma dell'aria, non sarebbe possibile senza gli alberi distrutti (gli strumenti musicali), l'avorio degli elefanti (la tastiera del piano), le budella dei gatti (le corde).

Allo stesso modo, non importano le essenze vegetali, le sostanze chimiche nè i profumi aggiunti: la materia prima del sapone incontaminato è il grasso dei mattatoi. Il più bello ed il più pulito non esisterebbero se non fossero basati nel più sporco e nel più orribile. Così è e sarà sempre, per disgrazia."

Il più bello non esisterebbe se non fosse il riscatto del più orribile.
La corrida.
Dove il sublime è possibile perché muove dall'indecenza, dove la bellezza è vera perché sgorga per istanti celestiali dagli abissi dell'orrore.
Dove ciò che è brutto è brutto davvero.
Il sangue rosso che chiazza la sabbia, e il piscio e il sudore, il puzzo e il fastidio, la terra e il fango, le smorfie e gli spasmi, gli umori e la merda, l'agonia e la morte.
Da questo nasce l'eterna grandezzadel toreo, la lirica inarrivabile di una faena ispirata, l'armonia sovrannaturale di un natural profondo.
Tutto questo ha dimensione e valore assoluti perché erompe dalle miserie dell'agonia, dal tanfo dolciastro del sangue, e dalla morte di sei tori che è il peccato originale che macchia ogni tarde
Luce che sfugge alle tenebre, purificazione che pretende sangue e sacrificio.
La corrida è grande perché è vera e perché risorge l'uomo, ogni volta, dal suo baratro.

Ciò che è più radiante trova la sua origine nel più oscuro.

Il sapone con cui ci laviamo e profumiamo ogni mattina è fatto con il grasso delle bestie uccise nei macelli.



(foto Ronda - Cenicientos; il testo di Pacheco arriva via SyM)



venerdì 4 novembre 2011

Fandiño uno di noi


"(...) quello che c'è da fare è un'Associazione di Aficionados che si chieda come considerare la fiesta e che la supporti e la aiuti in questo momento così difficile."

Olé torero.



(foto Ronda)

mercoledì 2 novembre 2011

Servizi deviati


Niente resterà impunito era una delle più fantastiche rubriche del mai troppo compianto Cuore: le sue pagine verdi hanno lasciato un vuoto incolmabile e sì, sono sempre i migliori che se ne vanno...
E se Alle Cinque della Sera fosse stato un blog di satira taurina l'articolo qua sotto avrebbe dato materiale per tutto l'inverno: ce lo manda dopo faticose ricerche il compagno Francesco da Bologna, è il pezzo uscito sul Carlino all'indomani dell'ultima corrida barcellonese.

Da leggere, con gusto.



L'ultima corrida, olè


di Vincenzo Pardini (da Il Resto del Carlino del 25/9/11)

OGGI, NELLA PLAZA de Toros di Barcellona, uomo e toro duelleran­no per l'ultima volta, incrociando spada e corna. Perduto il fascino di un tempo, la corrida è stata ripudia­ta da molti spagnoli. Scrittori, tra cui Hemingway, le hanno dedicato fiumi d'inchiostro. Pagine in cui si parla sempre di uomini e mai di to­ri, giocattoli animati per dilettare le folle e mettere in bella mostra il to­rero eroe. Nell'arena, più che coraggio, occorrono freddezza e crudeltà. Si colpisce un essere innocente, feri­to e sfiancato dai banderilleros e fra­stornato dai colori che gli balenano attorno, tra cui il drappo rosso, die­tro al quale si nasconde il ferro che gli squarcerà il cuore. Ma se provia­mo a entrare dentro di lui, avvertia­mo quanto la sua eroica e primitiva ingenuità abbia il potere di farci tor­nare indietro nel tempo, ai giorni al­lorché non eravamo gli esseri evolu­ti che saremmo diventati, tanto da riuscire a dominare gli altri anima­li, dei quali abbiamo finito con l'ap­profittarci, fino alla malvagità più efferata e blasfema, perdendo quel­la sensibilità e quell'amore verso il Creato, noi stessi e il prossimo, quindi verso il mondo, che conti­nuiamo a illuderci di asservire ai no­stri peggiori intenti. Manto nero e forme atletiche dei campioni umani sollevatori di pesi o pugili pesi massimi, il toro della corrida ha la testa larga, cespugliosa di pelo e le corna bianche; le zampe sono robuste, agili, lo zoccolo largo e flessibile.

CRESCIUTO al pascolo, ha fiducia in se stesso, e altro non pensa che alle sue esigenze vitali, ai suoi istin­ti, tra cui l'amore per le giovenche. Nel viaggio verso l'arena si sente sperduto, prigioniero di non capi­sce cosa, e vorrebbe tornare brado. Gli uomini che lo scortano, li consi­dera una via di mezzo tra conoscen­ti e amici, avvertendone le intenzio­ni dal tono di voce. Stare nell'arena, in mezzo alle urla, ai colori della fol­la che lo assedia, deve infondergli disorientamento, tanto più quando iniziano a ferirlo le punte dei banderilleros. Poi scorge il drappo rosso e un uomo che lo provoca e lo incalza. Allora gli subentrano paure e furore e carica con tutta la forza di se stes­so. Vuole allontanare un pericolo, un avversario che non è andato a cercare, ma si è trovato di fronte. I minuti passano, le forze comincia­no a venirgli meno. Non più nero e lucido, il mantello è una maschera di sangue rappreso. Ha il respiro grosso e corto. Barcolla. Implacabile e determinato, il torero gli pianta il ferro fino al cuore; il suo collo lar­go, muscoloso e nobile è infranto, sfigurato alla stregua di un'opera d'arte. Si piega, e cadendo guarda il cielo; gli ultimi sprazzi di memoria rivolti ai pascoli, alla libertà. Creatura di Dio, anche lui ha un'anima. Sono innumerevoli, mandrie che occuperebbero un con­tinente e forse di più, i tori uccisi nelle corride. Qualche volta hanno avuto la meglio, incornando il tore­ro; alcuni hanno tentato addirittu­ra di fuggire, arrampicandosi sui palchi e tra la folla. Mai l'hanno fat­to per spirito di vendetta, ma per dirci che non ne potevano più.

MESSAGGI che si recepiscono con la calamita della sensibilità, con quel qualcosa che parte da noi e si trasferisce nel prossimo, che non è soltanto il nostro simile, ma anche l'animale, di cui dobbiamo com­prendere il linguaggio, fatto di sguardi e atteggiamenti. Lo sguar­do dei tori delle arene non è catti­vo, è triste alla stregua di quelli ven­duti al mattatoio, da dove può acca­dere cerchino di fuggire come i lo­ro fratelli dalle arene. Infatti non sa­rebbe nella loro natura e intenzioni scontrarsi con l'uomo, col quale niente hanno da spartire. L'uomo, invece, vuole impossessarsi di ogni cosa. Tra cui vita e destino di chi riesce a sottomettere e schiavizzare. La corrida ne è la dimostrazione. E lo sarà finché non verrà abolita ovunque.

IL GIRO d'affari delle corride, è un'industria con 200 mila ad­detti e vale oltre 2,5 miliardi di euro all'arino, contribuendo per lo 0,25% al Pil nazionale. Ma negli anni lo spettacolo che ispirò artisti e scrittori del cali­bro di Pablo Picasso e Ernest Hemingway ha perso il suo appeal. Secondo un sondaggio del 2010, solo il37% degli spagnoli si dichiara interessato alla corri­da, mentre il 60% boccia addi­rittura lo spettacolo. Dal canto loro, gli appassionati catalani della corrida hanno raccolto 300mila firme in difesa della "Fiesta".


(nell'immagine la prima pagina, straordinaria, di un numero del novembre '91)



martedì 1 novembre 2011

Matador


Personaggio vulcanico capace di passare agevolmente dalla boxe alla pittura alla musica, vice console americano in Spagna dal '43 al '46, il californiano Barnaby Conrad fu folgorato durante il suo soggiorno iberico dall'arte tauromachica tanto da diventare intimo dei più grandi toreri dell'epoca (Belmonte, Arruza) e addirittura alternare con loro in qualche festival.
Gravemente incornato nel '58, il "Niño de California" - questo il suo nome da torero - ritornato nella natìa America aprì a San Francisco un bar taurino, foto di Manolete alle pareti e tapas sul bancone.

Non fosse che per il profilo del suo autore, Matador meriterebbe una lettura.
Pubblicato nel 1952 e protagonista di un successo mondiale (milioni le copie vendute), l'opera è stata tradotta in una trentina di lingue, e Steinbeck o Faulkner tra gli altri non si limitarono nei commenti generosi e elogiativi.
Il libro è, essenzialmente, il racconto dell'ultima corrida e della morte di Manolete: Conrad si limita nella narrazione a cambiare qualche elemento, il califfo diventa Pacote e il suo rivale Dominguin diventa Tano Ruiz, la corrida fatale è a Siviglia e non a Linares... ma la storia è esattamente quella che conosciamo, con il toro di Miura, la bella e mantidea Socorro/Lupe Sino, la rassegnazione autodistruttiva del torero.

Un romanzo taurino come ormai non se ne scrivono più, e peraltro costruito bene: l'azione si svolge esclusivamente nella claustrofobica camera d'hotel e nella Maestranza che diventa teatro di morte, la costruzione della storia conquista il lettore obbligandolo ad accelerare per arrivare all'epilogo, ed i personaggi sono davvero ben definiti.
Certo che però il libro ha qualcosa di diverso, e il suo autore è bravo a raccontarci altro.
Matador è l'inesorabile discesa verso le angosce più profonde di Pacote, il suo ricorso suicida all'alcool, le sue incontenibili paure e il suo precipitare coscientemente verso una fine segnata.
Il Manolete di Conrad è un uomo fragile e stanco più che un torero che segnerà la sua epoca, i suoi sono gesti ora nervosi e irritati ora infantili e inadeguati, è un uomo che conosce le proprie paure e pure non riesce a vincerle e forse, segretamente, nemmeno vuole.
Il Pacote protagonista di Matador è insomma uno fra i migliori personaggi letterari taurini che si possa capitare di incontrare, e il cui ricordo difficilmente sbiadisce nel tempo.

Una lettura caldamente consigliata dunque, a maggior ragione ora che la temporada invernale è tragicamente agli inizi e i mesi a venire saranno lunghi e grigi.
Piccola nota finale, l'edizione Bompiani che abbiamo recuperato su Ebay a un prezzo ridicolo (meno di 3 euro) è la prima mai pubblicata in Italia: datata 1954, la copertina è illustrata niente meno che da Bruno Munari.
Altri tempi.

lunedì 24 ottobre 2011

Andate e ascoltate


"Andate comunque nei dintorni di una plaza de toros durante una corrida, se non potete o non volete assistere alla tragedia tauromachica.
Andate e ascoltate perché qualcosa di straordinariopuò capitarvi.
Quel che accadde a me a El Espinar mentre la birra fresca scendeva giù, il padre di Francesco chiedeva pan con tomate, fette di pane coperte da succo di pomodoro olio e sale, e il pubblico nella piccola plaza accompagnava le azioni di tori e toreri.
Erano olé compatti, come se dentro ci fosse un direttore d’orchestra, non un mormorio indistinto, erano olé che venivano da una voce sola, possente e esaltata. Eppoi erano applausi scroscianti, lunghi e che, improvvisamente, quasi che ci fosse stato qualcuno a spegnere l’interruttore, si bloccavano in un silenzio irreale. E così veniva appunto la parte più stupefacente: il silenzio. Un vuoto quasi religioso. A tratti si sentiva una voce stridula o un vocione rauco gridare qualcosa e, dopo, risate sparse o grida inferocite e intolleranti richiami al silenzio: sssssssss, sssssssss. Ma c’erano momenti di silenzio così assoluto che venivano i brividi.
Saliva la curiosità, montava la voglia di capire perché. Cosa stava succedendo là dentro perché tutto fosse improvvisamente così vuoto, come se non ci fosse più nulla e non si potesse più parlare, quasi fosse uno spettacolo durante il quale non si può tossire o una cerimonia talmente unica che nessuno può neppure respirare?
Che capitava? Perché? Non avevo il coraggio di chiedere nulla ma tendevo le orecchie. E restai sconcertato quando, nel silenzio profondo e denso che si era creato dopo quasi un minuto intero di vuoto spezzato solo da sospiri, la musica suonò. Era una musica malinconica e dolce, sembrava accompagnare una specie di danza triste e solenne, sembrava tingere il pomeriggio spagnolo di un sottofondo di spaesamento tragico e speranza e, mentre questa musica suonava, gli olé ricominciarono, il pubblico riprese a esaltarsi e sembrò che una specie di consonanza perfetta si fosse stabilita fra pubblico e orchestra finché fu di nuovo silenzio. A questo punto qualcosa di serio, di terribilmente serio doveva essere sul punto di accadere e io guardai il padre di Francesco e lui mi disse: «Ci siamo. È il momento della verità». Non chiesi nient’altro. Il silenzio restò gonfio per qualche secondo ancora poi fu come se venisse giù tutta la plaza e gli applausi furono un boato e durarono a lungo tra strepiti e urla eppoi si gonfiarono ancora, si gonfiarono sempre più e continuarono per minuti, meno esaltati ma costanti, un rumore pieno, una gioia tesa e vibrante, fino a spegnersi in un brusio che durò qualche altro minuto, e la musica riprese a suonare in un breve stridio e il silenzio si ricompose e qualcosa stava ricominciando."

- da Il toro non sbaglia mai, di Matteo Nucci


(foto Ronda - Las Ventas)

giovedì 20 ottobre 2011

Grandezza e dignità

Per Costantino e tutti i tronisti e tutte le troiette cerebrolese che stanno dietro ai tronisti.
Per i calciatori che portano occhiali da sole enormi e ridicoli, si abbronzano sotto le lampade e in campo si pettitano e poi si gettano a terra gridando straziati se anche solo sfiorati.
Per tutti i giovani annoiati e sfigati, playstationizzati e mollaccioni e bamboccioni che affollano case e giardinetti e stuprano ogni memoria, rigettano ogni fatica, abbreviano e sopravvivono.

Lotterò fino all'impossibile e tornerò di fronte al toro, tornerò a vestirmi da torero perché così sta scritto nel mio mestiere.
Il toro mi ha fatto grande e mi ha permesso molti trionfi, il toro è la mia felicità: il toro mi ha dato questa cornata ma non conservo nessun rancore, per la professione e per il toro.

Per Costantino, i calciatori e gli sfigati sono la dignità quelle mani giunte, il coraggio di farsi spingere in carrozzina, la forza di parlare con quella mezza bocca ancora disponibile.
Di mostrarsi così, con quell'occhio cucito e quella faccia in paralisi.
E di dire queste cose.

Sono un'incondizionata stima e un commosso rispetto i sentimenti che ci travolgono in questo momento.
Fuerza Padilla.



mercoledì 19 ottobre 2011

Le Regine alla finale







Domenica prossima, 23 ottobre, all'arena La Croix Noire di Aosta è programmata la finale della Battaglia delle Regine: considerando che dovrebbe esserci bel tempo e quindi la merenda sui gradini a base di fontina e vino rosso sarà particolarmente felice, consigliamo vivamente una gita fuori porta fino a là. Niente di meglio per una domenica di fine ottobre.


Per saperne qualcosa di più è bene consultare il sito dell'Associazione Amici delle Regine, dove abbiamo trovato tra le altre cose questa esauriente introduzione:

In Valle d’ Aosta le “ reines” sono i rappresentanti più battaglieri della razza pezzata nera a castana, quelli che animano le lotte all’ interno delle mandrie.
Esse posseggono caratteristiche morfologiche che le distinguono dalle compagne: corporatura possente e muscolosa, fronte larga dotata di corna robuste, orientate normalmente in avanti.
I combattimenti tra queste avvengono spontaneamente durante la mescolanza all’ interno di una stessa mandria o di più mandrie come in occasione della salita in alpeggio. Sono loro stesse che scelgono l’ avversaria ed il momento più propizio per l’ “attacco”.
Le “batailles programmate” sono invece organizzate dall’ Association Régionale Amis Batailles de Reines mediante concorsi pubblici ad eliminazione diretta, su di un’ area appositamente scelta ed adeguata e contro un’ avversaria assegnata a sorteggio.
Si svolgono ogni anno e le concorrenti meglio classificate sono ammesse a partecipare al concorso finale regionale per l’ assegnazione del titolo di “reina delle reines” di ogni categoria.
Durante lo svolgimento delle “Batailles de Reines” non c’ è forzatura a lottare da parte dell’ allevatore che rimane spettatore. La competizione è leale, l’ animale lotta contro un simile ad armi pari, non c’ è lo scopo di eliminare l’ avversaria ma di ottenerne la sottomissione con una più o meno onorevole sconfitta.
In Valle d’ Aosta questi combattimenti hanno assunto un grande interesse non solo nel mondo agricolo, fanno parte di una cultura e di una tradizione di cui noi valdostani siamo orgogliosi e tenaci assertori.


(foto Ronda - finale 2007)



martedì 18 ottobre 2011

Gorka Azpilicueta


Questo giovane aficionado di Pamplona, appassionato fotografo, è il vincitore del concorso di fotografia taurina indetto dall'impresa di Las Ventas.
Le foto sue e del suo socio Arsenio Ramirez si trovano qui sul loro sito di cui già avevamo parlato, e valgono davvero una visita.

Sfogliando le dieci immagini finaliste del concorso, si conferma che la giuria ha scelto bene.


(la foto vincitrice, di Gorka)

venerdì 14 ottobre 2011

Con la famiglia




Una troupe di Canal Sur stava registrando una puntata del programma 75 minutos che aveva per tema il torero Juan José Padilla, e tutto quello che gira intorno alla sua vita e alla sua professione.
Per un caso del destino le telecamere del canale erano a casa della famiglia Padilla proprio durante la corrida di Saragozza: il padre, la madre e il fratello raccontavano delle dolorose sofferenze di chi ha un figlio in un'arena, davanti a un toro.
Questo fino alla tragica cornata, che ha trasformato la registrazione in un documentario angosciante: il padre ha chiesto che la registrazione non si interrompesse perché fosse mostrato anche questo lato oscuro e sconosciuto della vita dei toreri e delle loro famiglie, e le telecamere non si sono spente.

Cliccando qui si accede alla visione della puntata.

mercoledì 12 ottobre 2011

Stakanovismo al nord


Mese intenso per il nostro Matteo Nucci, che sbarcherà nelle grigie lande del nord per un ricco tour di presentazione del suo Il toro non sbaglia mai.

Ecco gli appuntamenti di ottobre, gli aficionados locali e non sono avvisati.

- Parma, giovedì 13 ottobre: ore 17, presso Libreria Fiaccadori - strada Duomo 8

- Piacenza, venerdì 14 ottobre: ore 18, presso Sosushi - c.so Vittorio Emanuele II 174

- Milano, sabato 15 ottobre: ore 17,30, presso Club Taurino Milano - via Farini 55

- Torino, giovedì 27 ottobre: ore 18,30, presso Libreria Zanaboni - c.so Vittorio Emanuele II 41

- Pinerolo (To), venerdì 28 ottobre: ore 18, presso Libreria Volare - c.so Torino 44

- Torre Pellice (To), sabato 29 ottobre: ore 17, presso Libreria Claudiana - p.le Libertà 7

- Nizza Monferrato (At), lunedì 31 ottobre: ore 21, Auditorium La Trinità - via Cordara

lunedì 10 ottobre 2011

Questo non è un coccodrillo

In primis, perché nessun cronista taurino si sarebbe mai sognato di prepararne uno per il Ciclone di Jerez. Nei cassetti delle redazioni e nei dischi fissi dei pc sono pronti quelli su toreri attempati e ottuagenari, al limite quello su José Tomas. Quello l'hanno già scritto tutti, ma c'è da scommettere che nessuno abbia ancora mai preparato il de profundis per Padilla.
Secondariamente, e per una logica stringente, perché nessuno è morto.
Non l'uomo che ride e sdrammatizza con amici e colleghi e medici, e piange invece quando rimane solo con la moglie: e questo significa essere, veramente, uomo.
E non il torero che già ha chiesto, sbruffone, di pianificare la campagna americana e che prima o poi, in qualsiasi condizione, rivedremo davanti a un paio di corna.

Del coccodrillo non sono nemmeno le lacrime: quelle per una volta sono vere, e sono di uomini sopraffatti dal dolore, dall'angoscia, dal sentimento.
Sono le lacrime di Miguel Abellan che in giugno ha avuto la bocca squarciata da un toro a Madrid e che venerdì ha tenuto per braccio Padilla con la faccia aperta in due. Piangeva dietro al burladero Abellan, funereo a fine corrida, immensamente solo in quell'arena in cui Fandino stava terminando con l'ultimo del pomeriggio.
Sono le lacrime di Jaime Padilla, che si china disperato a stringere la montera che Daniel Luque gli ha affidato brindandogli un toro pochi giorni fa: animo a tu hermano.
E sono quelle di tutti quegli aficionados che all'arena e altrove, a Siviglia e qua in Italia, non sono riuscite a trattenerle.

Ecco, le lacrime.
Da quanto tempo la corrida non ne faceva versare.
E pure tutta la grandezza della tauromachia sta nella tragedia, nel sacrificio del toro e nell'offerta che ad esso fa il torero: della propria carne, della propria dignità, della propria intimità.
Nella sua verità più assoluta e totale, che è quella della vita che combatte la morte.
La corrida è la cosa più grande perché rifiuta ogni finzione e ci obbliga ad affrontare l'orrore della morte, ogni volta, per ogni volta esorcizzarlo.

La salverà Padilla, la tauromachia.
Illa illa illa Padilla Maravilla, la salverà lui di cui tutti noi prima o poi abbiamo criticato gli eccessi caciaroni, Padilla che indossa trajes estrosi e sacrileghi, il Ciclone di Jerez che ogni arena seria ha fischiato almeno una volta perché troppo.
Che però è quello stesso Padilla che ogni anno mette in fila santacoloma e albaserrada e miura e altri toracci di categoria, quello stesso Padilla che salverà la fiesta perché all'ultima corrida dell'anno, nell'ultima feria dell'anno che altro non serve se non a rischiare di sputtanare il lavoro di una stagione intera, una volta ancora senza più nulla da dimostrare si è messo in mezzo alle corna del toro e l'ha affrontato con verità e abbandono e coraggio, perché un torero deve essere inevitabilmente così.

E la salverà l'occhio sinistro di Padilla, la tauromachia.
Quell'occhio sinistro che non guarderà più in mezzo alle corna di un toro e che ogni volta che noi sbirceremo guardoni ci ricorderà di questo sacrificio inspiegabile ed enorme, e ci verranno i brividi e sentiremo di nuovo sulle labbra il sapore salato delle lacrime, e di nuovo ancora e per sempre la corrida sarà una verità tragica e grande.

La salva Padilla la corrida, il suo entusiasmo di fronte a tori che nessuno vuole vedere nemmeno in foto e il suo occhio di vetro: non certo il week-end ipocrita e drogato di Barcellona o le reventas assurde per vedere JT o gli abiti che Armani disegna per Cayetano, no, il futuro della tauromachia poggia solido su quell'occhio di vetro.

Ode al Pirata, la corrida è una cosa grande.
Vivrà.


(foto Ronda - Arles 2006)

sabato 8 ottobre 2011

Lacrime




In quegli occhi bagnati c'è dentro tutto.

Suerte, matador.

venerdì 7 ottobre 2011

Tori per bambini


Esattamente una settimana fa, nel cuore della notte, nasceva la mia prima nipotina. Lea. Un cinghialotto di quattro chili che oggettivamente, non è orgoglio di zio, è la bambina più bella del mondo.
A insaputa dei suoi genitori, che già da ora sono un mamma e un papà meravigliosi ma che la mala sorte ha crudelmente privato dell'aficion ai tori, appena la piccola sarà in grado di stare seduta sulle ginocchia dello zio io e lei ci metteremo davanti allo schermo del portatile e faremo passare tutto Toros para niños.
I disegni, le animazioni, i bozzetti da colorare.
Lea indicherà col ditino, lo zio le farà il verso del toro e mimerà una finta con la capa, e a 80 anni dopo una vita passata tra arene e visite al campo e cene e bevute si ricorderà di questa prima volta.

giovedì 6 ottobre 2011

Sui monti





Non è tanto per quella foto del veragua di Aurelio Hernandez che accompagna l'articolo, è che il tutto è successo a un km dal mio buen retiro in montagna: una delle due vittime mungeva il latte che io e mio fratello da piccoli andavamo a prendere la sera passando per un sentiero buio, dell'altro ricordo il volto già vecchio quando ancora era un ragazzo che pascolava le vacche, e in quei posti ogni anno torno a cercare funghi e pace e aria fresca.
Così.


(su Piacenza Sera, qui e qui)

domenica 2 ottobre 2011

Spunti

"Nel frattempo, il dibattito pubblico è diventato sempre più fumoso e, a mio parere, la confusione ha una causa metafisica. La gente non conosce quei concetti che consentirebbero di capire le profonde differenze tra animali ed esseri umani.
Le vecchie idee di anima, libero arbitrio e giudizio divino - che rendevano la distinzione tra uomini ed esseri umani così importante e chiara - hanno perso la loro autorevolezza e nulla di conforme a siffatta esigenza le ha sostituite.

Una volta, gli esseri viventi si dividevano tra creature dotate o prive di anima razionale; oggi, il distinguo è tra animali domestici e infestanti, non contraddistinti dalle loro abitudini bensì dal loro aspetto. Ai primi si concede uno status onorario nella comunità umana che, per poterli accogliere, si lascia collocare essa stessa in una sorta di mondo alla Walt Disney; fra di essi si annoverano dunque cervi, volpi, tassi e visoni - quattro specie tra le più nocive per le nostre campagne.
Tra gli animali infestanti troviamo il rospo, il topo di fogna, la biscia e il ragno; tutti e quattro utili all'umanità, fondamentali per la vita del sistema ecologico e in costante declino.
Se agli occhi di molte persone - sotto altri aspetti razionali e rispettabili - i topi possono essere lecitamente usati per esperimenti di laboratorio, altrettanto non vale per i gatti; i topolini possono essere cacciati dai gatti, ma non le volpi dai segugi; i polli possono essere pigiati nelle stie, ma i vitelli non devono essere stipati nelle stalle; i suini possono essere allevati per la loro carne, ma lo stesso non vale per i cani.
Va da sé che questo distinguo tra animali domestici e infestanti non ha una base nella realtà e non può essere d'aiuto agli animali stessi, che possono trarre beneficio dal nostro modo di trattarli solo se non sono obbligati a comportarsi come membri della specie umana."


da Gli animali hanno diritti? di Roger Scruton, Raffaello Cortina Editore


(foto Ronda - allo zoo di Londra)

martedì 27 settembre 2011

Un declino morale

E' stato pubblicato ieri sul Pais questo interessante articolo a firma di Francis Wolff: eccolo tradotto.

Un declino morale

La fiesta de los toros è una delle creazioni più originali della cultura ispanica, ed è al contempo veicolo di valori umani universali: il coraggio, la grandezza, la verguenza , la lealtà, il rituale della morte, il dominio dell'animalità nell'uomo
e fuori da egli, esercizio di bellezza partendo dal suo opposto, il caos e la paura. Può essere possibile che questa invenzione culturale originale soccomba a un conformismo che dell'universalità ha solo l'aspetto, l'universalità insapore di McDonald Coca-Cola? Se un giorno la corrida scomparirà saràuna grande perdita per l'umanità e e per l'animalità.

Saremmo di fronte a una perdita culturale ed estetica, ovviamente, ma anche a un problema etico. Per alcuni, il divieto della corrida sembra un "progresso" della civiltà. Mera apparenza. L'animalismo non è una estensione dei valori umanistici, ma anzi la loro negazione: perché nel tentativo di elevare gli animali al livello che dovremmo trattare gli uomini, necessariamente gli uomini devono essere ridotti al livello in cui trattiamo gli animali.

Non nego che abbiamo doveri verso gli animali.
E 'immorale tradiree la relazione di affetto che abbiamo con i nostri animali domestici.
E' immorale trattare come oggetti gli animali domestici che vengono allevati per la loro carne, per la loro lana o per la loro forza lavoro, "oggetti" come nelle forme scandalose di allevaemento industriale meccanizzato; ma accettiamo che è morale ucciderli.
E con i milioni di specie di animali selvatici che popolano gli oceani, montagne e foreste abbiamo dei doveri di responsabilità ambientale quali il rispetto degli ecosistemi o della biodiversità.

Il toro non rientra in nessuna di queste categorie. Non è un animale selvaggio, posto che è cresciuto dagli esseri umani, e nemmeno un animale domestico, in quanto ogni tauromachia presuppone la conservazione del suo istinto naturale di ostilità verso l'uomo chiamato bravura. Per questo animale, una vita secondo la sua natura ribelle e indomita deve essere una vita libera e naturale, e la morte secondo la loro natura di animale selvatico deve essere una morte nella lotta contro ciò che viola la sua libertà e ne sfida la supremazia nel suo stesso territorio. Vivere libero e morire combattendo è il destino del toro.

Qualsiasi proibizione sarebbe un declino morale. Il significato e il valore della corrida poggiano su due pilastri: la lotta del toro che non deve morire senza aver potuto esprimere il suo potere offensive o difensivo, e l'onestà del torero che non può affrontare il suo avversario senza rischiare la propria vita . Il dovere di rischiare la propria vita è il prezzo che bisogna pagare per il diritto di uccidere l'animale rispettandolo, invece di sacrificarlo in modo nascosto e meccanizzato.

E però, dobbiamo confessarlo: nessun argomento potrà mai convincere coloro che rappresentano la corrida come la tortura di un animale innocente. Né che nella sua lotta il toro esprima la sua natura di animale selvatico, e nemmeno che volendo evitare la morte di alcuni si condanni in effetti l'intera specie, o ancora il confronto tra la vita breve e miserabile dei vitelli allevati in batteria e quella dei e tori cresciuti in totale libertà, niente li convincerà.
Questi argomenti saranno sempre inadeguati a fronte della reazione immediata e passionale che di chi si indigna e grida "No, questo no!".

E' vero che a questa reazione gli aficionados oppongono molte volte la loro passione.
Potremmo rimanere a questa dicotomia delle passioni, se esse stesse si fermassero lì.

Ma il problema è che una di esse pretende il divieto dell'altra.

Ed è qui che il ruolo della politica deve essere quello di rimanere su un piano di ragionevolezza dicendosi: "Se un giorno la corrida scomparirà, sarà perché non susciterà più nessuna passione. Fino ad allora è giusto lasciare a ognuno con la propria passione e permettere che prevalga sempre il principio di libertà.


Francis Wolff, El Pais 26.09.11


(foto Ronda - alla Monumental di Barcellona)