martedì 11 novembre 2008

La corrida in Italia (2)


Dopo gli esperimenti della fine del diciannovesimo secolo perimportare la corrida in Italia, altri tentativi vengono fatti da organizzatori nazionali o spagnoli a cavallo delle due Guerre Mondiali, nel Ventennio del regime dittatoriale fascista.
Un circo fatto di tre novilleros, un saltatore e un rejoneador affronta una tournée che tra la primavera e l'estate del 1923 tocca Roma, Bologna, Verona, Milano e Trieste: nonostante le vive e rumorose proteste delle associazioni per la protezione degli animali, gli spettacoli suscitano la curiosità di un numero crescente di italiani, e il pubblico regolarmente riempie le plaza de toros improvvisate.

Il Corriere della Sera dà conto della corrida romana del 6 maggio, nella quale combatterono 5 giovani tori di Antonio Fuentes, e che fu del tutto incruenta.
"Una corrida innocente, coreografica, umanitaria, in cui l'uomo e l'animale, faccia a faccia, hanno fatto prova delle proprie abilità, astuzia e forza, senza farsi del male. (...) Non c'è niente da dire: lo stadio, trasformato in plaza de toros, è impressionante."
Il cronista si dilunga inizialmente ad osservare la curiosa, per le nostre abitudini, divisione dei settori in sol y sombra: malriuscita, se è vero che lui stesso osserverà a fine spettacolo parecchie donne con principi di ustione pur essendo sedute nel settore in ombra.
Il manifesto annuncia che un toro sarà ucciso, e quel giorno gli animali usciranno da un sotteraneo in cui sono ospitati, per raggiungere l'improvvisato ruedo cinto da una doppia fila di palizzate a riprodurre un callejon se non proprio con tutti i crismi, almeno quasi.

Dopo la sfilata del paseo, "la corrida comincia immediatamente. Entra per primo il toro sivigliano. I banderilleros lo circondano brandendo le banderillas d'argento dorato in un gioco serrato che rivela tutta la loro destrezza. Il pubblico applaude. Le signore agitano i propri fazzoletti. Alcune, quando la cornata pare inevitabile, liberano degli urli di spavento. (...) Parejito e Corchaito (due dei novilleros ingaggiati) lavorano magnificamente. Quando il toro si ritira sano e salvo, si ha l'impressione di essere a teatro dopo il primo atto d'una commedia. Applausi sinceri e fragorosi, con la speranza che i successivi ce ne consentiranno ancora di più".

I quattro tori successivi non sono però all'altezza del primo, e la corrida lentamente perde di interesse. Ma arriva l'ultimo toro, e il cronista non nasconde la sua eccitazione nel registare che sarà questo ad essere destinato alla morte. Tocca a Parejito portare la stoccata decisiva ma questi esita, continua nelle serie di passi, e il pubblico benché a digiuno di qualsiasi cultura ed esperienza taurina, si indispettisce. Ma nonostante gli incitamenti e gli inviti sempre più decisi e numerosi che arrivano dalle tribune, Parejto non uccide: "il povero Parejito ha l'ordine di non far del male al toro e getta la spada. La corrida sprofonda: fischi".
Pure l'esibizione di Manuel Garcia, il torero a cavallo, lascia a bocca asciutta i romani accorsi allo spettacolo.
Termina così la corrida: "i toreri sicuramente irritati per la strana situazione in cui sono stati messi, filano velocemente sotto la doccia (...). I fischi sono per coloro che hanno voluto offrire a Roma una corrida che non è una corrida".

Dopo questa prima le autorità, coscienti della delusione presso il pubblico e nonostante le pressioni e le vive reazioni degli animalisti, "di fronte alla volontà chiaramente manifestata dagli spettatori della prima corrida" autorizzano, nella seconda, la morte di un toro.
La corsa uscirà più movimentata della prima, sarà caratterizzata da momenti di intensa emozione e anche di panico tra il pubblico quando Corchaito verrà incornato (senza conseguenze gravi) e un toro salterà la prima barricata di assi.
Sarà Parejito ad uccidere, il quinto toro ed al secondo tentativo.

Qualche settimana dopo, è al velodromo di Bologna che il 27 maggio Corchaito si fà carico di posare le banderillas e uccidere, acclamato dalla folla, l'ultimo dei cinque tori di Antonio Fuentes.

Giorgio Ponticelli, l'autore del testo che qui prendiamo a riferimento ed obiettivamente saccheggiamo, ricorda al proposito che l'abitudine di uccidere un solo toro era normale all'epoca pure nelle arene francesi, dove il terreno era fertile per lo sviluppo della corrida spagnola: il sud della Francia, dal golfo di Guascogna alle città affacciate del mediterraneo, già viveva di tradizioni taurine autoctone e importante parte integrante della vita e della cultura dei suoi abitanti.

L'Italia in questa primavera del 1923 imparava invece a conoscerle, e a leggere di queste cronache sembra pure che ne fosse colpita, forse attratta.

2 commenti:

bruno ha detto...

Super l'affiche
grazie
ciao
bruno

Anonimo ha detto...

Il "tour" del 1923 si fermò anche a Torino, l'8 luglio.

Ne abbiamo già dato notizia in un precedente post pubblicando gli articoli de LA STAMPA, strano che sia sfuggito al documentatissimo Ponticelli.

Saluti
Marco