venerdì 14 marzo 2008

Luca, in arte El Calabres

La notizia l'ha già data l'affezionato lettore E.B., nel commento al post precedente: a lui i nostri ringraziamenti per la preziosa segnalazione.

"Luca Ruffo, detto El Calabres, mercoledì ha debuttato nella Feria de Fallas, appuntamento chiave nella stagione della Plaza de Toros di Valencia".
Quante cose bizzarre tutte insieme, a pagina 32 della Gazzetta dello Sport di questo venerdì 14 marzo.

Tre foto inusuali per il quotidiano feticcio dei malati di calcio e di calciatori.
Le immagini di un toro, e di animali sulla rosea se ne vedono pochi dai tempi di Varenne.
La storia poi, invero una storia come le tante storie di novilleros, di fatica, speranze strozzate, rari successi, qualche fragoroso insuccesso e tante giornate grigie, nelle piccole arene di provincia, a inseguire il sogno e la passione.
Una storia che però, in mezzo alle tante banalità di una Gazzetta del venerdì, che non ha nemmeno i voti delle partite domenicali,e che si deve inventare liti nello spogliatoio, fantacolpi di fantamercato, dichiarazioni ad effetto e ragazze squillo nella camera del bomber in ritiro...una storia che di colpo diventa unica, letteratura, vita.
Quante cose bizzarre a pagina 32.
E più di tutte il nome scelto, El Calabres, che magari in Spagna può fare pure sensazione ma che qui da noi sembra tanto il titolo di una canzone di Nanni Svampa.

A Luca Ruffo, 18 anni, tutti i migliori e più sinceri auguri da Alle cinque della sera, e l'augurio particolare di trovare davvero soddisfazione a quella sua passione che consuma, e che lui chiama semplicemente "qualcosa dentro che m'impedisce di fermarmi".

(immagine: la pagina 32 della Gazzetta di oggi)

mercoledì 12 marzo 2008

Pamplona, 10 luglio 1947

L'encierro (*) è una delle forme più popolari della tauromachia, è la sfida ostentata dell'uomo, di un uomo qualsiasi, al toro, alle sue corna, alle sue forze
Per le strade del paese, della città, di fronte agli amici, alla donna, al padre o alla madre.
A Pamplona ogni anno, durante la feria di San Fermin (*), si corrono gli encierros più conosciuti al mondo, quelli ripresi anche dai media italiani, quelli più popolati e tragici.

Pamplona, Navarra, 10 luglio 1947.
Fà caldo, molto caldo, il pomeriggio sta volgendo al termine, e l'arena è piena.

Il pubblico quel giorno è meno scatenato del solito, meno festaiolo, meno eccitato.
Il pubblico quel giorno è cupo, isterico, teso.
Furioso addirittura, quando nell'arena esce Semillero.
Semillero è un toro della ganaderia di Uruijo, nero, corna sufficientemente limpide e larghe, e adesso è là, orgoglioso e impertinente in mezzo alla plaza, altero.
Il mattino era ancora giovane, gli eccessi della notte da poco abbandonati, e l'encierro percorreva le strette strade del percorso solito, dai corrales all'arena, che ogni anno da sempre e per sempre a Pamplona segna le albe della feria.
Le strade strette, umide, scivolose.
Semillero correva insieme ai suoi fratelli, altri tori di Urujio destinati alla corrida del pomeriggio, e uomini vestiti di bianco e rosso davanti, uomini vestiti di bianco e rosso ai lati, stesso panorama di dietro.
Semillero, improvvisamente e per meccanica o necessità, perde il contatto con il convoglio, con la corsa obbligata e ordinata, con la linea retta.
E in calle Estafeta è solo, spaventato, elettrico, i reni e le corna l'unica forma di riparo e primitiva difesa.
Casimiro Heredia, pamplonese, in calle Estafeta era nato.
Casimiro Heredia, pamplonese, in calle Estafeta quel 10 luglio del 47 va a morire, il polmone perforato dal corno di Semillero.
Che prosegue, istinto animale, la sua corsa.
Arriva all'arena, entra, di fronte centinaia di corridori esausti ma ancora adrenalinici, entra in quell'arena dove qualche ora più tardi sarà destinato a combattere e morire.
Julian Zabalza, navarrese, incrocerà in quel formicaio, in quell'incredibile e schizofrenico movimento di corpi, le corna di Semillero.
A niente valgono gli aiuti dei compagni di sempre, anche per lui la morte.

Arriva l'ora della corrida, implacabile e giusta.
Il sorteo attribuisce Semillero a Manolete, Manolete il mostro, Manolete la star, Manolete l'idolo di Spagna.
Ma quel giorno, nel cartel, c'è anche un torero navarrese.
Anonimo, inspido forse, mai più famoso.
Ma navarrese.
Julian Marin fa un gesto tanto banale quanto eccezionale, si avvicina a Manolete il mostro e gli chiede un cambio: a me Semillero, a te uno dei miei.
Per vendetta.
Per giustizia.
Per quel silenzio insostenibile dai gradini dell'arena.
Perchè due ragazzi di Navarra sono morti stamattina.
Manolete acconsente, Semillero va a Marin.
E il pubblico, commosso e svuotato, capisce, il pubblico tace davvero, il pubblico segue ogni passo, ogni figura, ogni momento di quel confronto.
Non passerà alla storia nulla di quella faena, di quel combattimento, nulla di artistico, nulla di eccezionale, nulla di indimenticabile, se non che Julian Marin, navarrese, aveva fatto giustizia.
Un torero navarrese di Tudela aveva voluto combattere e uccidere, lui, Semillero.
Ogni altra cosa sarebbe stata sbagliata.
E nella notte che imperiosa si faceva largo, con la festa incrontrollabile nelle strade, Pamplona si sentiva finalmente consolata.

(immagine: Encierro, quadro di Alain Lagorce, pittore e aficionado parigino, amico)

lunedì 10 marzo 2008

El Juli e il cappelliere


Il 7 aprile dell'anno scorso, ad Arles i tori erano de El Pilar.
El Juli, Matias Tejela e Mehdi Savalli nel cartel: una terna bizzarra e male assortita, quanto meno.
La corrida è stata per grandissima parte deludente, del tutto insignificante.
Tranne quei dieci minuti di estasi totale.
Quell'uomo in viola e oro là in mezzo all'arena, solo con Sombrerero, a mostrare a che livello di magia e profondità può arrivare il dominio di un torero su un toro.
Sombrerero, il cappelliere, toro di El Pilar fino a quel momento quasi inconsapevole di sè, come incapace di sapere cos'è un toro in un'arena.
El Juli a insegnarglielo, con rigore e forza, e poi finalmente a torearlo con grazia anche, fantasia, e soprattutto con autorità e imperio.
Nerva il pasodoble che accompagnò la danza, per quella faena che rimane ad oggi, semplicemente, la più bella che io abbia mai visto.

Joel Bartolotti è il direttore di Toros.
Persona seria, poco incline alle esaltazioni, poco tenera con le star.
La sua cronaca di quella giornata, sul numero 1800 della rivista, dà la misura dell'avvenimento:
"(...) Quindi, dopo le banderillas della cuadrilla e un promettente brindisi al conclave, il maestro, facendo finta di lasciare all'animale il vantaggio e la scelta del terreno, autorizzava Sombrerero a vagabondare verso il toril e gli lasciava credere, sensa contraddirlo, che avrebbe continuato lui, il toro, a decidre della sua sorte, quando invece la partita era già vinta dall'uomo.
Senza correggere la sua posizione, El Juli magnetizzava la bestia con un passo alto e tre derechazos seguiti di un pase de pecho mancino che innescava la musica.
Venivano quindi delle serie con entramble le mani, in particolare dei naturales interminabili e dei redondos in cui l'eccezionale padronanza del sitio e dei terreni faceva scattare in piedi le gradinate.
Alla fine di questa sfolgorante dimostrazione di tecnica ispirata, attento tanto all'istruzione che al duello (perchè non sbagliamoci, il toro è Julian che l'ha inventato e al quale ha infuso questa carica allegra e insospettata), ci si poteva legittimamente chiedere, di fronte al concatenazione naturale, saggia, varia e spontanea dei passi, se il maestro avesse potuto magari dimenticare qualcosa. Non ho, ovviamente, trovato niente, e come tutti non ho potuto che inchinarmi di fronte alle due orecchie e al trionfo maiuscolo di un torero immenso, dopo una stoccata profonda e abile e alla vigilia di un'importante corrida a Madrid."

(foto Ronda - El Juli a Arles, sabato 7 aprile 2007)

venerdì 7 marzo 2008

I tori di Ceret

Ceret è un paesino di qualche migliaio di anime nel sud della Francia, a pochi passi dalla Spagna.
E' nei Pirenei Orientali, come dire la Catalogna francese: da buoni catalani, i ceretani tengono parecchio alle proprie tradizioni.
Succede che a Ceret una ventina di anni fa una decina di aficionados ha deciso di mettersi a lavorare per ridare un pò di luce alla feria del proprio paese.
Sarà la passione vera che li ha guidati, sarà che da quelle parti le tradizioni sono sacre e prendersene cura richiede impegno e rigore... insomma, bene hanno lavorato bene, se è vero che negli anni silenziosamente ma inesorabilmente la feria di Ceret è diventata una delle più importanti del mondo.
Taurino, si intende.
Che la festa si fa qua e da tante altre parti, ma i tori che escono a Ceret non li si vede da nessun'altra parte.
E' per i tori di Ceret, per le loro corna, la loro fierezza, il loro manto, la loro forza, la loro bravura, corna fierezza manto forza bravura che da altre parti è merce rarissima, è per vedere queste cose insieme che a Ceret a metà luglio arriva gente da tutto il mondo.
Anche dall'Italia, certamente.
L'Adac (*), l'associazione di aficionados che da un paio di decenni gestisce in autonomia la stagione taurina di Ceret, e che grazie alla sua libertà ha fatto della propria feria una delle più importanti e serie di tutto il globo, roba da intenditori insomma e appassionati veri, ha messo online le foto dei tori riservati per quest'anno.
Quattro allevamenti che ormai nessuno ha più il coraggio di proporre, di quelli che mandano all'ospedale i picador e dai quali i toreri vedette girano assai alla larga.
Le foto sono qua, e meritano una visita: questi sono tori.

Ci sarà spazio su Alle cinque della sera per Ceret e la sua feria, per i suoi aficionados e per i suoi tori, ed anche per la sua festa.
Per ora, che al 12 luglio manca tempo e in mezzo ci saranno altri tori, bastino le foto.

(foto prese dal sito dell'Adac - due tori di Hernandez Plà che saranno a Ceret)

mercoledì 5 marzo 2008

Senza il sole


"Il pubblico della delle corride ha una sola anima, tremenda e sensibilissima; basta un niente a turbare l'equilibrio dei suoi sentimenti. Alle volte basta che il primo torero sia bravo per disporre gli spettatori ad un esagerato ottimismo. Basta talvolta una passata di nubi sotto al sole a turbare gli umori di tutti.

Sole e calore sono indispensabili: sole, calore, sudore e teste accaldate; questo ci vuole per una corrida. Il sole è il protagonista; senza il sole che accende il rosso delle cappe e illumina l'oro e le frange dei costumi; senza il sole che ficca le dita entro le pozze di sangue e gioca con quel sangue e si diverte e lo illumina, la corrida sbiadisce. Non è più festa. Senza il sole che spacca l'arena in due parti e lascia nell'abisso della plaza i dannati alla morte; senza che una parte del pubblico sia pubblico del sole e l'altra pubblico dell'ombra la corrida diventa fiacca Messa di mezzogiorno".

- brano liberamente tratto da
Volapié di Max David, ed. Bietti -

(foto Ronda)

lunedì 3 marzo 2008

Hubert Yonnet e i veterinari di Madrid


Hubert Yonnet è un omino piccolo, capelli già tutti bianchi, viso pacioso segnato da rughe che dicono di saggezza e fatiche.
E' un ganadero, un allevatore di tori da combattimento.
Meglio, il ganadero francese.
L'abbiamo incrociato una volta, alla feria di Arles, all'uscita dall'arena in compagnia della moglie Françoise: avresti detto un qualsiasi personaggio di una qualsiasi osteria delle nostre montagne, cappello in testa, mani in tasca, sguardo timido.
I suoi tori, che furono del padre prima , e del nonno prima ancora, sono toros bravos, forti, ben fatti.
E con casta dicono gli aficionados.
Che vuol dire che hanno coraggio e classe, fierezza e aggressività, razza pura da combattimento.
Sono tori duri, difficili, vivi e pericolosi.
Stanno a La Belugue, alle porte di Arles.

E' il ganadero francese perchè è stato il primo a combattere tori francesi in Spagna.
Fu a Barcellona.
E' il ganadero francese perchè, soprattutto, è stato il primo a combattere tori francesi a Madrid.
Cioè l'arena più importante del mondo.
E i tori Yonnet hanno l'anzianità, si dice, che coincide con l'anno di entrata a Madrid: tante ganaderias spagnole la stanno ancora aspettando.

Era il 1991, Yonnet era andato nella capitale per la feria di San Isidro, voleva vedere questo giovane colombiano, tal Cesar Rincon, di cui tanto si parlava.
Aveva ottimi gusti, in fatto di toreri.
Incontrò gli impresari de Las Ventas, la plaza de toros di Madrid, che gli dissero e tu, quando vieni con una corrida tua?
Hubert Yonnet è uomo di pensieri veloci e concreti, quando volete disse.
Tori francesi in una corrida a Las Ventas è come dire un cuoco uzbeko che viene cucinare un piatto di lasagne o a preparare un cappuccino in un qualsiasi pranzo ufficiale qua da noi.
Uno scherzo.
Niente, Yonnet era deciso.
Concordò la data, tornò a La Belugue e contò.
Aveva, in quel momento, ventitré tori pronti per una corrida, ne scelse otto.
La difficoltà del viaggio e il combattimento tra i tori stessi, nervosi per le operazioni di imbarco e sbarco, li ridusse a sei.
Sei.
Una follia per Madrid, una follia presentarsi a Madrid con sei tori giusti, non uno di più.
A Las Ventas si va con gli esemplari migliori, che gli aficionados non vogliono mezzi tori.
Gli dissero senor Hubert, sei tori per Madrid è un suicidio, se ne rifiutano qualcuno o se gli aficionados ne protestano qualcun altro, addio anzianità e addio Spagna, per sempre.
Qua si viene almeno sempre con nove, senor Hubert.
Ho sei tori e combatterò una corrida intera, la risposta.
Arrivarono i veterinari per il riconoscimento e l'approvazione della corrida.
A Madrid i veterinari non scherzano, si giocano la reputazione e qualcos'altro di meno prosaico.
Qua passano a combattere solo tori integri, sani, forti, e con un corpo giusto per Madrid.
Chi accompagnava Yonnet presagiva il peggio e non nascondeva la tensione e la preoccupazione.
Sei tori giusti, una follia.
Hubert Yonnet non si scompose, salutò i veterinari e fece un cenno a i suoi uomini e a tutti.
Usciamo, lasciamoli lavorare e giudicare in pace.
Uscirono.
Ma li rividero poco dopo: ci misero un quarto d'ora, i veterinari, quasi niente.
Tutto l'encierro approvato.
Sei tori, sei tori perfetti per Madrid.
Come tutti, anche i veterinari hanno bisogno di lavorare in pace, senza nessuno intorno che gli tiri la giacchetta, commentò l'omino rimettendosi il cappello.

4 agosto 1991, 6 toros 6 di Hubert Yonnet a Las Ventas, Madrid.

(foto Campos y Ruedos, tori di Yonnet a la Belugue - testo ispirato all'articolo di Marco Coscia Ganaderia Yonnet, pubblicato sulla rivista Cerro de San Albin)

sabato 1 marzo 2008

Elogio de El Cid


Toros è una rivista francese.
Sobria, seria, autorevole.
E' in bianco e nero, per dire, ed ha un marcatatissimo accento torista.
Cioè da queste parti si guarda al toro.
Toreri, al limite a quelli seri.
Sono abbonato, stamattina nella cassetta della posta c'era il nuovo numero, il 1821.

L'editoriale è di Manolillo, "Eloge d'El Cid".
Qualche estratto.
"Questa libertà stupisce (la decisione di non combattere sei tori da solo a Madrid, quest'anno, annunciata dalla stampa per riempire qualche pagina, nda), in un'epoca in un cui la pressione pesa tanto, sugli attori del monto taurino, che essi sono obbligati ad andare troppo veloce, ed a compiere degli atti contrari alle loro intenzioni vere. El Cid avrebbe potuto fare un annuncio e poi non mantenerlo, oppure desistere all'ultimo momento. Non è il suo modo di fare le cose. L'uomo è limpido. Ha una sincerità nella vita che traspare poi nell'arena."
"Nonostante questo, va detto, El Cid non è l'eroe nemmeno degli aficionados più esigenti. Si parla delle sue qualità, dei suoi trionfi, lo si celebra, ma quando c'è da scegliere e dare il nome dei migliori, non è il suo che si cita per primo. Era un pò la stessa cosa per Cesar Rincon..."
"El Cid non parla di soldi. almeno non in pubblico. (...) Ancora un'occasione persa per parlare di lui, smentendo l'idea corrente che parlare male o bene di qualcuno, non ha nessuna importanza quando si tratta di far parlare di sé."
"(...) E noi preferiamo il realismo terreno della sua tauromachia un pò datata ai mille tranelli della falsa modernità trionfante. Così è."

Alle cinque della sera tornerà tante volte su Toros, e qualche volta ancora sul Cid.

Una volta a Frèjus, nel luglio 2005, in un'arena di terza categoria in cui si va a sbrigare la pratica velocemente, si ritira il cachet e arrivederci, l'abbiamo visto prendersi una cornata all'inguine di una certa gravità.
Tutta la sua cuadrilla gli si è fatta attorno, invitandolo a correre in infermeria.
El Cid è rimasto nell'arena, ha dato ancora qualche passo e poi ha ucciso il toro, con un volapié sincero e senza trucchi. Di quelli in cui ti butti in mezzo alle corna, perdi di vista tutto e affondi la spada proprio lì, in mezzo.
L'orecchia tributata è stata portata dai suoi peones, ma gli applausi e l'ovazione del pubblico erano tutti per lui, già sotto i ferri del medico che gli stava cucendo la ferita, sette punti allo scroto.

Lo rivedremo ad Arles, venerdì 21 marzo per la prima corrida della feria, di fronte a dei Samuel Flores.
E se i tori tengono, ci sarà da divertirsi: senza clamore, certo, ma con la stessa sobria e assoluta sincerità che ha la sua tauromachia.

(foto Laurent Larrieu, Campos y Ruedos - El Cid a Bilbao, il giorno della solitaria con 6 Victorino Martin)