martedì 12 maggio 2009

Sacrificio pagano (fine)




"L'accettazione del destino o il rifiuto della morte per il torero, due figure di una stessa proposizione da lui elaborata, possono conferirgli una tranquillità assoluta: niente può capitargli, e la sua quiete è la prova della sua convinzione di onnipotenza.
Potrà farsi prendere senza potere o dovere valutare la realtà e la gravità della ferita, così evidente per tutto il resto dei mortali.
Poco importa: questo trasporto assoluto, questa autenticità pari a nessun'altra creazione, senza trucchi, conferisce alla corrida la Bellezza convulsa di cui parlava André Breton; perché pur se è ardente e triste, secondo gli aggettivi baudelairiani, voluttuosa e amara, questa Bellezza accademica avvolge tutto il corso della Corrida.
Non essendo per natura una rappresentazione, né tantomeno un'esibizione ma un luogo dove poter raggiungere l'inafferrabile, si fà parecchio fatica a evocare, per trovarne una definizione, i termini di coreografia o di balletto: Bellezza, Armonia, si addicerebbero infinitamente, pur non spiegando ancora nulla.
C'è l'infelicità, nel risveglio: il momento in cui vacilla lo stato di infinito, di astrazione, di sospensione del tempo che questi istanti magici fanno provare.

Il colore, elemento fondamentale della corrida, illustra perfettamente questo contrasto con l'ombra e il sole, con l'aspetto luminoso del costume di luci e il nero della bestia.
I bagliori, gli splendori, gli ori dell'abito si oppongono all'oscura nerezza del toro.
La prima seduzione della corrida è questa acrobazia di colori, quelli delle cappe intrecciate, dei costumi cangianti: il rosso della passione, il verde profondo della gravità, il bianco della purezza, il blu dell'impeto, il violetto del penitente, l'ocra disordinato.
Questo scintillante arcobaleno, questa abbondanza di colori di tutti gli abiti di luci che si declinano ora verso dei toni pastello ora più in toni acidi, firmano la volontà dei toreri di distinguersi gli uni dagli altri, di distinguersi in scintillìo e in eleganza.
Le grandi star possono anche pagarsi dei disegni originali.

Abbandonandosi alle mani del destino, il torero si spinge agli estremi limiti del rischio, in una posizione disequilibrata, le gambe e il peso del corpo spinti il più vicino alla bestia.
Tecnica precisa del passo, che si traduce in un far pressione sull'azione (cargar la suerte).
L'uomo annulla ogni movimento corporale.
Solo la muleta si muove: estraneo anche a sé stesso, il torero s'è svuotato di tutta la sua vita per lusingare l'animale, addescandolo maliziosamente con la seta, non concedendogli che un surrogato della sostanza.
Dalla sua calma, dal suo abbandono totale, dipende la sua sopravvivenza.
Fare muovere la muleta, che si può interpretare come un semplice gesto tecnico, va in realtà ben oltre: si tratta in effetti di di operare un vero transfert vitale, insufflare la vita a un pezzo di stoffa.
E se non ci fosse una tale posta in palio, si crederebbe quasi di assistere a dell'illusionismo di alta scuola, a un notevole numero di prestidigitazione. Ma l'idea di complicità con il toro è una pura creazione dello spirito: mai in nessun momento del combattimento il toro ama l'uomo, perlomeno non più di quanto l'ami l'uomo.
E se quest'ultimo si concede ua carezza o un gesto di tenerezza per l'animale, è per ringraziarlo di aver collaborato, d'essersi lasciato capire, o più prosaicamente di non avergli tolto la vita.

La sequenza di una serie raggiunge il suo apice quando il toro, dominato, affascinato dall'autorevolezza del torero, perde la nozione del suo territorio e per un improvviso rovesciamento si piega al ritmo che l'uomo gli impone.
Per lo spettatore, questi passi legati sono letteralmente ipnotizzanti: è il momento in cui esulta e gioisce in un olé d'accompagnamento.
E' un momento di stato di grazia, che concretizza il trionfo dell'intelligenza sulla forza.
Il torero ha decifrato il soggetto dell'opera. Ha perfettamente espresso la sua arte, la sua personalità, e quello che voleva mostrare di quel toro.
Il passo rivela allora questa bellezza geometrica platonica della Bellezza: bellezza perfetta, atemporale, analoga all'armonia universale, e pur tuttavia in relazione costante con quel rovesciamento.
Impossibile valutare il fragile equilibrio tra queste due predominanze, perché se in primo luogo il torero riduce le difese del toro, lo rende noble ipnotizzandolo con la sua muleta, non può però troppo imporsi al toro senza rischiare di complessarlo, cosa che significherebbe la fine del lavoro con l'animale.
Il termine mandar (il toro), che significa comandare, riassume bene questo equilibrio.

I passi sono anche seduzione: nel suo costume il torero ha la grazia e l'agilità di un ballerino, gioca con la muleta, esca che stimola la carica sempre più potente del toro e che nasconde per fare durare il piacere, fino a quando il torero, fiducioso e nudo, si offre.
Allora nelle viscere dell'arena, gonfie di migliaia di aficinoados, vibra lo stesso brivido.
I passi proseguono a non finire.
La corrida è diventata pura metafora in cui solo il bello e la morte sono interpellati.
Incollarsi al toro diventa esaltante, eccitante, voluttuoso, per il torero e per il pubblico.

La fusione, tuttavia irrealizzabile, e la necessità del sacrificio portano all'accompimento, alla conclusione parossistica: l'immolazione dell'animale.
La morte, che sembrava destinata al torero, mira al toro con la stoccata.
Il matador prolunga la dominazione del toro per poterlo cuadrar, in una posizione propizia alla morte.
Il valzer funebre è partito: il rituale regolato in un ordinamento maestoso, la tragedia termina con l'affondo finale.
E la morte del toro, morte-regalo perché di morte nobile si tratta.

Quindi sparisce il corpo del toro, scivolando sulla pista, imprimendo sulla sabbia macchiata del suo sangue, con le sue corna e la sua forma, questa fugace coda di cometa che svanirà qualche secondo più tardi grazie al lavoro esperto di un vecchio monosabio.
Questo toro morto, abbandonato dal matador, ha appena compiuto l'ultima opera grafica in questo spazio sacro.
E' il compimento dell'opera pittorica, opera suprema di astrazione, fatta di un fascio di segni esteriori che solo gli iniziati che hanno fatto comunione durante il combattimento riescono a leggere.
Segue il ritorno al mondo profano, alla festa.
E'è la fine, e il Bello non esiste che in funzione di ciò che si squarcia e si esalta, sparisce e rinasce.
Il toro, oggetto di culto, la cui sfolgorante identità di animale da combattimento se ne è appena andata con la sua morte, è diventato un semplice animale da macelleria, buono per essere divorato.
Ma nel sogno dell'uomo e sulla sabbia dell'arena, domani, sorgerà di nuovo questo minotauro e, come Sisifo, il torero continuerà ad indossare il suo traje de luces."

- fine -

(Caida del piquero, di Alain Lagorce)

5 commenti:

Anonimo ha detto...

un coup de crayon toujours aussi joyeux et plein d'espoir le punkito.

9 le

RONDA ha detto...

bravo, ce punkito: meme si pas politically corretct, sans le peto...

L.L. ha detto...

il nous manque sur la bronca....

Anonimo ha detto...

où????

²l 6

L.L. ha detto...

un forum devenu trop calme....