sabato 9 ottobre 2010

Parola di Nobel

Vargas Llosa ha vinto il Nobel per la letterattura eccetera eccetera.
Aficionado sincero, nel 2000 fu incaricato di scrivere il pregòn per la feria di Siviglia: campeggia, oggi, nella introduzione al magnifico Los Toros di Michael Crouser.
E' fra le cose più incisive che possa capitare di leggere sulla tauromachia, e vale la pena provare a tradurla e metterla su queste pagine, perlomeno nei suoi passaggi migliori.


La fiesta dei tori - un'arte, una scienza, uno sport e una cerimonia - è l'unica nell'eterna cultura dei riti sacri di offerte e sacrificio della quale è parte (nonostante, attualmente, si stia eclissando quella premessa religiosa dalla quale nacque) nella quale il celebrante affronta la vittima senza altra difesa che non la sua intuizione, dando ogni vantaggio alla forza, esponendo totalmente sé e la propria vita.
Vedere in questo solamente un'ostentazione di coraggio è limitato.

Senza dubbio il coraggio non è l'essenza della tauromachia. Forse lo è, con più ragioni, la paura.
Questa paura - il più umano dei sentimenti - che il torero deve contenere, gestire, vincere e dimenticare quando la sua ragione e la sua arte dominano sugli avversari sottomettendoli alla sua volontà, al suo gioco, ai suoi gesti, fino quasi far calare sull'arena l'impressione che sia scomparso ogni pericolo, che cioò che era cominciato con una sfida di sangue e morte si è trasformato in danza, cerimonia, plasiticità, teatro, rito.
Quando un torero riesce a far raggiungere alla faena questo livello di compenetrazione, complicità e intelligenza tra sé e il suo avversario, la fiesta tocca la profondità della sua essenza: la sua bellezza e il suo mistero brillano di luce piena, e lo spettacolo ci entusiasma, unendoci all'assoluto in alcuni istanti di eternità, come certe elegie di Garcilaso o le satire di Quevedo o le allegorie di Gongora, o la musica di Mozart e B
eethoven, o la perfezione delle Meninas di Velasquez o la visione degli affreschi della Quinta del Sordo di Goya, in questa improvvisa rivelazione di quello che siamo e di quello che è il cuore della vita, il suo senso profondo, impalpabile alchimia che ci giustifica e ci spiega.

Non tutti devono sentire e capire los toros, come non tutti gli esseri umani comprendono la poesia, la musica, la pittura e si emozionano con queste.
E' perfettamente legittimo che sia così, dato che il tratto primordiale dell'esistenza è che siamo diversi, che qualcuno si esalti, gioisca e si emozioni per qualcosa che a un altro annoia, demoralizza, intristisce.

Tra tutte le arti, probabilmente la più difficile da spiegare razionalmente è la corrida di tori, una fiesta che non tocca mai, di primo impatto, la intelligenza e la ragione, se non invece le emozioni e le sensazioni.
La letteratura può arrivare ad essere spiegata e inculcata grazie all'insegnamento e allo studio.
La corrida, no.
La conoscenza richiede, per essa, un terreno spirituale già concimato.
Per quanto rigorosa e esatta che possa essere la descrizione di un passo naturale, di una
veronica, di una gaonera, di un paio di banderiglie messe con slancio e precisione, non basterà un'elegia per far vibrare di emozione, togliere il respiro o far vibrare l'anima ad una persona indifferente o allergica, e nemmeno perché comprenda perché questo capita all'aficionado quando quei passi e quelle suertes sono eseguiti con eleganza da un torero che, fedele al suo appellativo, è riuscito a distinguersi con il toro che sta combattendo.
Un sordo non può godere della musica e un cieco arrendersi al richiamo delle arti plastiche.
Le corride non devono entusiasmare tutti gli uomini, richiedono una predisposizione profonda, che deriva dalla tradizione e dalla cultura dell'ambiente in cui si nasce e vive e però probabilmente, soprattutto, a propensioni e sentimenti psicologici ed emotivi particolari di ognuno.

La
fiesta dei tori è crudele, come lo sono tutti gli sport che comprendono la partecipazione degli animali, come lo sono, in ogni loro aspetto, la caccia e la pesca, come lo è, inevitabilmente, questa legge naturale che fa sì che la vita si nutra della vita, che il prezzo per vivere sia il morire.
La civilizzazione ha attenuato questa verità, ma non ha potuto ne potrà sopprimerla.

Quello che chi si dà pena per la sorte del toro da combattimento non riesce a capire è che dietro la corrida, fiesta crudele, ci sono anni di attenzione e devozione per il toro e che, per questo, i paesi che come Spagna e Messico hanno mantenuta viva la tradizione taurina - le cui antichissime origini risalgono agli albori della civiltà mediterranea, e che qualcuno fa arrivare fino al labirinto di Creta dove Teseo, il primo torero, uccise il Minotauro - sono anche paesi dove l'allevamento del toro è molto più che una necessità, una professione o un commercio: è una vocazione, un'arte e una passione.

La fiesta dei tori è una festa popolare.
Hai i suoi aristocratici, i suoi eruditi e la sua élite, i suoi saccenti intolleranti che si arrogano l'onniscienza taurifila e disprezzano il semplice aficionado che sale nel tendido ad emozionarsi e applaudire, i suoi puristi o tradizionalisti che ancora non ammettono il cambiamento dei tempi, e tutto questo è davvero una cosa buona, che le dà maggior colore.
Perché la fiesta è, innazitutto e soprattutto, una festa popolare, modellata dalla poderosa carica di vita e entusiasmo che la alimenta, e la sua autenticità e la sua energia, le migliaia di migliaia di uomini e donne di ogni condizione che di essa godono e si uniscono e riconoscono e fraternizzano condividendo quell'emozione, nell'esplosione di un applauso o nel fiammeggiare dei fazzoletti che chiedono un trofeo per il torero, o nei fischi rivolti a chi ha defraudato, sentimenti veri e volubili che tradiscono una libertà e una sincerità sconosciute da tutte le altre manifestazioni collettive, soprattutto quelle sportive cominciando dal football in cui, a differenza di quello che capita nella fiesta dei tori, l'appassionato non va ad ammirare ciò che merita di essere ammirato o a fischiare ciò che merita di essere fischiato, va invece a manifestare un'esibizione di partigianità: applaudire e festeggiare le giocate della propria squadra e osteggiare quelle degli avversari.
Per questo il football non ha aficionados, ma solo tifosi e, spesso, fanatici.
Ma nei tori invece è viva l'imparzialità dell'amante delle arti, che entra in un museo, apre un libro, si siede in un teatro per un concerto o un balletto, con l'animo disposto a farsi conquistare, e che solo con molta resistenza si rassegna a disapprovare quello che vede, legge o ascolta, e che non risponde alle sue aspettative.
L'aficionado ai tori vuole che tutti i toreri trionfino, che tutti, in ognuna delle suertes, superino sé stessi e lo meraviglino e lo inondino di emozione, e per questo si lascia andare all'entusiasmo dopo una grande faena, chiunque sia il torero che la esegue, con una passione e un trasporto che solo si vede nei grandi concerti o nelle grandi opere.

C'è qualcosa che viene da molto lontano nella storia della civilizzazione, in queste esplosioni di felicità e allegria che scuotono alcuni pomeriggi le arene, una reminiscenza di antichissime celebrazioni popolari, quando la fiesta era inseparabile dalla magia e dalla superstizione, quando non era ancora ben individuata la frontiera tra l'essere umano, l'animale e gli dei, e tutti questi si mescolavano, nella cornice di queste rappresentazioni collettive in cui la vita e la morte erano complici, e questo mondo e l'altro mondo erano comunque uno solo, e il corpo e lo spirito non erano separati, e non c'erano pudori o tabù che proibivano di godere eodivertirsi, se non invece al contrario l'ebbrezza, la danza, l'amore fisico, invece di minacciare la salute spirituale degli uomini, li avvicinava agli dei.
Si annida nella fiesta dei tori una oscura nostalgia di questi tempi barbari, precedenti alla storia, quelli del mito e delle gesta, quando la vita era assai più precaria e violenta, però anche più intensa e completa, senza le rinunce, i freni e le proibizioni che esige la vita in comunità, ed essa viene da là, da quei lontanissimi confini dell'umanità, quando l'umanità cominiciava a balbettare e andare, in questo pianeta a lei ancora sconosciuto, per questo lungo cammino che la porterà nei secoli a conquistare la materia e volare fino alle stelle.

In un qualche modo, nel gioco che giocano toro e torero nel circolo magico dell'arena, ci affacciamo a questo passato da cui veniamo, ci riavviciniamo ai nostri antenati e scopriamo che, benché le apparenze dicano il contrario, non siamo cambiati di tanto e che, pur in questa modernità, molto di ciò che essi ammiravano, che li rallegrava o terrorizzava, ugualmente ci meraviglia, ci esalta o spaventa e che, in fin dei conti, le straordinarie conoscenze che abbiamo conquistato non sono bastate per sopprimere nei nostri spiriti questa infantile innocenza per cui un quite ben fatto, una fioritura, un farol, un passo, uno scarto, un desplante, il profilo del torero davanti al toro, bastano per rendere piena la nostra vita.


Mario Vargas Llosa



(foto di Michael Crouser, da Los Toros)



1 commento:

kusobaba ha detto...

Da persona che ha scoperto da poco il mondo dei tori, grazie mille per questo post e, più in generale, per questo blog.